Guardar l’Isis per non guardar la luna

ahmad-jalal-copia(di Salam al Kawakibi, per al Nahar. Traduzione dall’arabo di Khouzama Reda). All’ultima conferenza cui ho partecipato, tutti blateravano dello “Stato islamico” come chi, chiamando la persona amata, ripete incessantemente il suo nome, in questo caso l’acronimo “Isis”. L’Isis compare decine e decine di volte in ogni intervento che abbia come oggetto la situazione in Medioriente – qualsiasi esso sia – e sembra sia diventato opportuno aggiungere qua e là qualche riferimento a esso.

Oltre a questa ridondante prassi verbale, sembra ci sia un profondo sbigottimento cognitivo. Chiunque si avvicini all’argomento, aggiunge in maniera “scientifica” – dunque senza lasciar spazio ad alcun dubbio – che “sappiamo poco su questa nuova organizzazione sul fronte terroristico”. In questo modo, si dà l’impressione di oggettività lasciando la porta aperta a molteplici interpretazioni, per poi spostarsi – en passant – nel vivo del proprio argomento d’interesse, anche se quest’ultimo è ben lontano dal riguardare l’Isis in sé.

Dentro e fuori dalle sale ove avvengono queste discussioni pseudo-scientifiche piovono analisi su questo nuovo “extraterrestre”. Abbondano specialisti ed esperti di Islam e di cellule jihadiste di tutti i tipi. Costoro non temono di cadere in alcun errore storico, d’analisi, o persino linguistico, in quanto confidano nell’ignoranza – in questo come in altri casi – di quanti ricevono le informazioni.

E nonostante non si possa non riconoscere l’importanza di questo fenomeno e la gravità delle sue conseguenze, qualora si desiderasse uscire dal seminato, magari suggerendo un altro argomento che riguardi la Siria che umilmente si considera altrettanto importante, la propria argomentazione viene considerata debole, di scarsa eco, di poco impatto, carente di informazioni, in fuga dalla realtà, nonché preda della superficialità eccetera. Ergo, non si può parlare di comunità locali, né di organizzazioni civili, di attività umanitarie, di dialoghi politici, oppure di programmi di transizione, poiché è considerata una perdita di tempo.

E allora perché tanti traggono vantaggio dal trascinare il discorso esclusivamente sull’Isis?

Quando il movimento di protesta è cominciato in Siria nel 2011 e per un bel po’ di tempo si è sviluppato in modo pacifico, i media del regime hanno intrapreso – assieme ai loro alleati in Iran, Russia, Cina e ai media di quella che nel caso siriano viene chiamata “la sinistra Pavloviana” ma che è un fenomeno mondiale – una campagna volta a esagerare la minaccia terroristica di “jihadisiti” e “fondamentalisti islamici”. Non era accettabile per alcune autorità della carta stampata e dei media occidentali, come Robert Fisk ad esempio, parlare di proteste popolari, di rivendicazioni sociali, economiche e politiche legittime da parte di un popolo che ha vissuto per oltre quarant’anni sotto un regime dittatoriale con le sue leggi ingiuste.

Quando, a causa della sanguinosa repressione contro civili disarmati, una parte dei manifestanti ha imbracciato le armi, cosa che è avvenuta in concomitanza con numerose defezioni di soldati dell’esercito, le trombe politiche e mediatiche pro-regime se ne sono servite per rivendicare la validità della loro tesi iniziale. L’evolversi dell’azione militare e l’intervento di forze regionali, ciascuna con una propria agenda diversa e in contraddizione con l’altra, insieme con le dimissioni della cosiddetta comunità internazionale dal proprio ruolo – per lo meno umanitario – congiunti all’ipocrisia diplomatica occidentale in generale, e statunitense in particolare, hanno portato poi alla diffusione del fenomeno religioso che è sfociato nell’estremismo.

Questo fondamentalismo religioso è stato accompagnato da vari fattori interconnessi che hanno fatto pensare a un “matrimonio di convenienza” tra il regime e le forze estremiste – prima e dopo che diventassero ciò che sono diventate. Oggi è diventato “legittimo” dire che il regime sta affrontando terroristi di varie nazionalità, in seguito al silenzio generale di fronte ai soprusi di questo stesso regime nei confronti di tutto il popolo. Così l’attenzione si è completamente riversata su questa nuova “creatura” pericolosa per tutti e al contempo si è imposta la frase che esonera tutti da una doverosa empatia: “Non ve l’avevamo detto?”.

L’opposizione d’altra parte, nelle sue varie forme, componenti, differenze e appartenenze ideologiche, ha trovato nel pericolo dello “Stato islamico” il pretesto per le responsabilità mancate, per i conflitti crescenti, per la dispersione e per le contraddizioni, sia sul fronte nazionale che su quello internazionale. Essa, a torto o a ragione, pone la minaccia dello “Stato islamico” come premessa alle sue argomentazioni e alla denuncia persistente di emarginazione o di assenza di aiuti.

L’opposizione dimentica che alcuni dei suoi simboli “laici” hanno in precedenza lodato dei focolai “estremisti” che sono stati i nuclei iniziali nella formazione di questa organizzazione fascio-terrorista. Dimentica anche che alcuni dei suoi leader religiosi “moderati” hanno criticato la decisione di inserire la Jabhat al Nusra tra i movimenti terroristici, per conservare quella che hanno allora chiamato “l’unità”. In aggiunta a questo, una parte significativa dell’opposizione dovrebbe assumersi una responsabilità politica, dal momento che non è stata in grado di svolgere quel ruolo che ci si aspettava: indirizzando la mobilitazione politica e militare e offrendo un programma nazionale chiaro da seguire. Per non parlare poi delle “star” tra le file dell’opposizione, il cui ego ha ucciso qualunque possibilità di lavoro di squadra oltre alla coerenza e alla chiarezza delle loro posizioni.

L’Isis ha fatto la sua comparsa anche per salvare l’impotenza occidentale incoronata dagli Stati Uniti, che sin dall’inizio del massacro siriano non hanno saputo svolgere un ruolo politico chiaro e risoluto. E adesso tutto si limita ad affrontare un terrorismo islamico radicale.

A tutto questo, per rendere il piatto “più gustoso”, va aggiunta anche un po’ di preoccupazione per il destino delle minoranze, in un revival della teoria coloniale orientalista. Si tralascia di comprendere, così, l’evoluzione dei concetti di maggioranza e minoranza, nella loro dimensione politica, economica, culturale e religiosa sotto governi autoritari, dal momento che questi governi hanno rapito le minoranze convincendo parte di esse di esserne gli unici protettori e hanno oscurato la cultura della cittadinanza nella teoria e nella pratica e diffuso una cultura di subordinazione e obbedienza.

Tale atteggiamento è stato accompagnato dall’idea occidentale un po’ “naive” che queste dittature fossero laiche e moderne. Certo, pur con la timida ammissione di una tendenza autoritaria, tendenza tuttavia “necessaria” in una regione problematica e instabile. Tutto ciò, nonostante tanti studiosi occidentali abbiano ampiamente dimostrato come la libera vita intellettuale sia stata depauperata e siano state incoraggiate pratiche religiose oscurantiste purché restassero confinate agli atti di devozione e rimanessero ben lontane dall’attività politica. Dunque, la possibilità di allearsi con Satana per scacciare questo pericolo imminente diventa un “punto di vista” che può essere studiato e analizzato. Nella storia recente non mancano esempi numerosi di alleanze simili tra Paesi democratici del “mondo libero” e regimi tirannici che – forse vincenti nel breve periodo – hanno portato a disastrose conseguenze nel lungo termine.

I media occidentali dal canto loro hanno iniziato a cercare “jihadisti” mesi prima della loro comparsa in Siria, trovando così un argomento che “vende” e attira lettori e spettatori. E oggi sono all’apice di quest’attività. Tanti reporter di varie nazionalità, da ultimo James Foley, hanno cercato di trasmettere tutta la complessità della situazione nella sua realtà variegata, soffrendo le limitazioni e le persecuzioni del regime da un lato, e rischiando il rapimento e le azioni criminali dei terroristi dall’altro. Tuttavia, nel giro dei media vengono il più delle volte ignorati, e si preferiscono invece notizie piene di cadaveri e teste tagliate. A chi interessa la vita di milioni di rifugiati, l’attività delle centinaia di consigli locali, delle migliaia di associazioni civili e il lavoro dei media locali, nonché l’attività medica e scolastica nelle varie zone? Pochissimo di tutto questo trapela a beneficio dello spettatore occidentale.

La priorità è dunque la strana creatura chiamata Isis e le organizzazioni terroristiche hanno capito la logica dei media occidentali e hanno sviluppato delle strategie per appagarli.

Volente o nolente, lo “Stato islamico” è alla fin fine il partner di più di uno schieramento. Il maggior beneficiario della presenza di questo mostro rampante è chi è interessato al perdurare del massacro siriano. Chi crede di poter affrontare questa crisi complessa semplicemente trovando soluzioni parziali, temporanee o selettive, si sbaglia di grosso ed è responsabile delle morti passate e di quelle a venire.

(da SiriaLibano)

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La scuola renziana

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione del documento La buona scuola. Aiutiamo l’Italia a crescere Matteo Renzi e i suoi collaboratori hanno voluto rendere edotto il pubblico sui progetti e l’attività di riforma del governo nel comparto scolastico. Il documento ha carattere divulgativo, fin nell’impaginazione direi, e pertanto sorvola su parecchi dettagli tecnici limitandosi a enunciare obiettivi e a indicare in linea di massima le vie per realizzarli, con l’unica eccezione della carriera dei docenti trattata abbastanza diffusamente e in maniera cogente per l’amministrazione, oppure investe di una dimensione e di un colore progettuali provvedimenti già in vigore, come nel caso della valutazione del sistema scolastico. Proprio questa assenza di particolari, che poi solo apparentemente sono secondari visto che sono gli aspetti giuridici, regolamentari, organizzativi e finanziari che consentono di farsi un’idea precisa sul funzionamento del dispositivo, rende il testo un’interessante testimonianza di un’idea generale di scuola.

Chiaramente questo documento si presenta in continuità con la riforma Berlinguer e le altre che la hanno seguita e soppiantata e soprattutto con quelle raccomandate dall’Unione Europea e auspicate dall’OCSE, alla prima delle quali istituzioni le abbiamo promesse ( e si sa che ogni promessa è debito, specie se si hanno anche debiti di altro genere). L’enfasi posta sulla centralità dell’inglese e dell’informatica, sull’alternanza scuola lavoro, sull’autonomia degli istituti, sulla loro valutazione, sull’organico funzionale, sullo sviluppo delle competenze anziché dei saperi, sull’introduzione di differenze salariali, non basate sull’anzianità per i docenti di fatto è stata il comun denominatore del discorso sulla scuola in questi anni. È tuttavia analizzando un paio di particolari stilistici del testo renziano, che si può cogliere il quadro ideologico ispiratore.

Non alludo certo alla selva di anglismi presenti nel testo che fanno parte di un folcloremanagerialminesteriale di pertinenza più che altro degli antropologi culturali, anche se l’annuncio conclusivo che non si terranno convegni per dibattere del progetto ma solocodesign jams, barcamp or worldcafé, è un evidente adescamento della Musa del sarcasmo che si cela in ciascuno di noi. È di maggior interesse, invece, ciò che è stato notato da molti ossia che questo insieme di provvedimenti non viene più chiamato riforma ma patto. In questo caso gli estensori del documento hanno lavorato con saggezza e aderenza ai principi della piena comunicatività del nostro tempo: hanno compreso che il termine riforma è ormai talmente usurato che, persa la sua connotazione positiva, ne ha ormai soltanto una negativa, che richiama la negazione di diritti e di risorse. L’abbandono del termine riforma è significativo anche per un altro aspetto: questa parola infatti implica una sfumatura di definitività o quanto meno di stabilità. L’adozione di una riforma comporta inevitabilmente che il campo oggetto della stessa funzioni per un lasso di tempo, quanto meno pluridecennale, sulla base delle nuove regole.

Per la scuola invece è previsto, come del resto è successo negli ultimi venti anni, una sorta di cambiamento permanente che serva a giustificare una mobilitazione totale in vista dell’adeguamento alle sempre nuove esigenze economiche, organizzative, ideologiche. In particolare queste ultime sono di particolare rilievo: man mano che la crisi perdura, la disoccupazione cresce e le disuguaglianze sociali aumentano, l’inadeguatezza della scuola è e sarà sempre più indicata come responsabile principale di questi fenomeni per non mettere in discussione le politiche neoliberiste.

Ecco dunque che parlare di riforma in una scuola in perpetuo movimento, o meglio mobilitazione, avrebbe un effetto involontariamente demistificante, richiamando un orizzonte di tempo dotato di senso. Viceversa il termine patto non solo è meno impegnativo da questo punto di vista, ma è più simpatico perché questa parola è già presente nel linguaggio scolastico, richiama una dimensione contrattuale, libera e paritaria, e non ricorda invece qualcosa di riconducibile a scelte politiche.

Un altro elemento di grande interesse è che la possibilità per le scuole di scegliere i propri docenti non sulla base delle graduatorie venga definita “la possibilità di schierare la squadracon cui giocare la partita dell’istruzione”. Si tratta di una metafora sportiva, che ha già conosciuto nel nostro paese e non solo in esso un grande successo, anche se finora era stata usata perlopiù per le competizioni elettorali o le trattative politiche. Questa metafora chiarisce che l’istruzione è una competizione e quindi bisogna vincerla. Pertanto tutti coloro che sono della partita sono tenuti a comportamenti esemplarmente agonistici perché va da sé che una squadra vince solo se è compatta e determinata (e naturalmente manda in panchina chi gioca male). La metafora sportiva non è qui un’ingenuità o una superfetazione retorica, ma ribadisce l’unica dimensione pedagogica significativa per le classi dirigenti del neoliberismo: quella dell’educazione alla competitività. Siccome l’homo economicus avido, libero e intraprendente non è una specie così diffusa in natura, ecco che tocca all’istruzione produrlo creando un ambiente naturalmente competitivo.

Naturalmente nel documento sono presenti obiettivi educativi relativi all’inclusione e non mancano citazioni di Montessori o don Milani, nel giusto spirito ecumenico che ci ricorda che siamo tutti, da Che Guevara a Madre Teresa, parte della famiglia umana e così via. Il documento però resta una testimonianza paradigmatica dell’ideologia neoliberista, ma sarebbe sbagliato vedere in ciò un salto di qualità renziano. Al contrario nella scuola il grande rottamatore è semplicemente il grande prosecutore delle politiche dei governi di centrodestra e centrosinistra che lo hanno preceduto.

http://www.alfabeta2.it/2014/10/13/genealogia-buona-scuola/

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Storia di una amicizia

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Fernandel, Gino Cervi, Giovanni Guareschi, un pezzo di Italia del Novecento.

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Il Grande gioco

The-big-game-212x300(di Alberto Savioli) La brutalità dello Stato Islamico, a molti sembra non lasciare alternative, meglio Asad. Ma è la sola alternativa posta tra due regimi totalitari di diversa natura a essere sbagliata. L’articolo mira a mettere in risalto l’ambigua politica estera e interna degli Asad, attraverso l’analisi di alcuni fatti a cominciare dall’Iraq, per passare al Libano e infine alla Siria. La politica siriana degli ultimi dieci anni si è mossa tra gestione del fondamentalismo religioso, assassinii mirati e riabilitazione agli occhi dell’occidente. Alla luce di quanto sta accadendo il Grande gioco di Asad non è cosa nuova. Chi pretende di fare della tragedia siriana una lotta ideologica, spesso non conosce la storia; la creazione e gestione del fondamentalismo è pratica nota al regime, è la carta di un Grande gioco già utilizzata in passato per riaccreditarsi agli occhi degli Stati Uniti e dell’occidente.

L’Iraq.
La guerra anglo-americana contro l’Iraq di Saddam Hussein ha causato la destabilizzazione dell’intera struttura statale irachena, senza riuscire a crearne una nuova altrettanto stabile. Molti elementi salafiti siriani hanno cominciato allora ad organizzarsi per andare a combattere l’esercito di George W. Bush (presidente degli Stati Uniti dal 2001 al 2009) e il nuovo governo iracheno, in una lotta percepita come guerra di liberazione dall’invasore straniero. Il regime siriano ha favorito il movimento di questi gruppi estremisti verso l’Iraq, sia per allontanarli dalla Siria, sia per “impantanare” gli americani in quel paese con una guerra lunga; la Siria infatti sembrava essere il secondo paese ad essere minacciato da un intervento americano… (per leggere l’articolo intero clicca qui).

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We Can’t Destroy ISIS Without Destroying Bashar al Assad First

PB-JJ-Al-Assad(By Foreign Policy, September 12, 2014) On Wednesday evening, President Obama took 14 minutes to articulate, in clear and persuasive language, a counter-terrorism strategy “to degrade and ultimately destroy the terrorist group known as ISIL.” Yet the problem presented by an ersatz caliph and an amalgam of criminals, terrorists, executioners, and foreign fighters goes far beyond one of counter-terrorism. The Islamic Statejust like its parent, Al Qaeda in Iraqcannot be killed unless the causes of state failure in Syria and Iraq are addressed and rectified. Although such a task cannot be the exclusive or even principal responsibility of the American taxpayer, the president’s strategy, its implementation, and its outcome will be incomplete if it remains solely one of counter-terrorism.

The essential problem that has permitted the Islamic State to roam freely in parts of Iraq and Syria amounting in size to New England is state failure in both places. Redressing this failure is far beyond the unilateral capacity of the United States, as occupation in Iraq and ongoing operations in Afghanistan demonstrate. Still the fact remains that until Syria and Iraq move from state failure to political legitimacyto systems reflecting public consensus about the rules of the political gamethe Islamic State will remain undead no matter how many of its kings, queens, bishops, rooks, and pawns are swept from the table. And yet a strategy that does not address how America and its partners can influence the endgamekeeping the Islamic State in its graveis simply incomplete.

Iraq and Syria are extreme examples of the fundamental grievances embodied by the 2011 Arab Spring.  Since the 1920s, much of the Arab World has been struggling to answer one fundamental question: what is it that follows the Ottoman Sultan-Caliph as the source of political legitimacy? The answer suggested by protesters in Tunis, Cairo, Deraa, and elsewhere was compellingly correct: the consent of the governed. That autocrats should reject the answer and push back is hardly surprising. Today only Tunisia seems to be on a clear path to legitimacy. Other Arab Spring countriesnotably Libya and Yementeeter on the brink of state failure. Syria has taken the plunge. Iraq, though not an Arab Spring country per se, is likewise in the pit.

The Obama administration’s strategy, though counter-terrorist in its essence, hints at the broader problem. In a fact sheet issued on September 10, the White House cites “Supporting effective governance in Iraq” as a key pillar of the president’s strategy. It argues, quite correctly, that “only a united Iraqwith a government in Baghdad that has support from all of Iraq’s communities can defeat ISIL.” An important obstacle to legitimate governance in Iraq will be Iran’s arming and financing of Shia militias, which see Iraqi Sunnisall of themas supporters of the Islamic State. Interestingly, however, the fact sheet makes no mention of promoting effective, legitimate governance in Syria.

Today’s crisisthat which obligated the President to speak on September 10has its roots in the March 2011 decision of Syrian President Bashar al Assad to respond with lethal violence to peaceful demonstrators seeking his protection from police brutality. The Assad regime initially escorted Al Qaeda in Iraq operatives from Syria to Iraq between 2003 and 2011, but its violently sectarian response to peaceful protest drew much of what was left of the seemingly beaten Al Qaeda in Iraq back to Syria, where it was joined by foreign fighters and split into two groups: the Islamic State and the Nusra Front.  Both groups compete with the nationalist opposition to Assadindeed, the Islamic State engages in de facto collaboration with the regime in western Syria to erase the nationalists, even as Assad and the caliph clash in eastern Syria over oil fields and air bases. And it was from secure bases in eastern Syria that the Islamic State launched its recent assault into Iraq, taking advantage of the depredations of yet another illegitimate, sectarian leader: Nouri al Maliki.

Indeed, if sidelining Maliki was the essential first step to getting to legitimate governance in Iraq, what about Assad in Syria? He is the face of Islamic State recruitment around the world. He is the author of war crimes and crimes against humanity that are breathtaking in scope and consequences.

President Obama decided, correctly if belatedly, to seek more robust assistance for beleaguered Syrian nationalists fighting in two directions: against the Islamic State and the regime. Will it work? It would have been easier two years ago, but now there is no choice. Airstrikes will not suffice in executing the counter-terrorism strategy. A ground element is essential, as it has been in Iraq. Indeed, airstrikes in Syria should focus first on Islamic State targets in western Syria, where nationalist forces are desperately trying to repulse the caliph and his forces.

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Over three years ago, President Obama called on Bashar al Assad to step aside. Moving this murderous regime offstage will be neither easy nor quick. Yet unless it is a major facet of American strategy, the Islamic State will not be killed. It has been a gift to the Assad regime, one that will keep on giving so long as that regime exists. Legitimate governance in Syria will require much more than removing Assad. But regime removal is the first step, and without legitimate governance in Syria (as well as Iraq) the undead Islamic State will continue to march.

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Non si può capire l’ISIS senza conoscere la storia del Wahhabismo in Arabia Saudita

demo(di – 3 settembre 2014, per L’Huffington Post) BEIRUT – La drammatica entrata in scena del Da’ish (ISIS) in Iraq ha scioccato tanti, in Occidente. In molti sono rimasti perplessi – e inorriditi – dalla sua violenza e dall’evidente capacità attrattiva esercitata nei confronti della gioventù sunnita. E di fronte a questo fenomeno, l’ambiguità mostrata dall’Arabia Saudita pare inquietante quanto inesplicabile, così ci si chiede: “Ma come fanno i sauditi a non capire che l’ISIS è una minaccia anche per loro?”.

L’impressione è che — anche oggi — in Arabia Saudita la classe dirigente sia spaccata in due. C’è chi applaude l’ISIS: perché combatte il “fuoco” sciita iraniano col “fuoco” sunnita; perché un nuovo stato sunnita sta prendendo forma nel cuore di ciò che ritengono essere una terra storicamente appartenente ai sunniti; e perché vengono attratti dalla rigida ideologia salafita del Da’ish.

Altri sauditi paiono più timorosi, memori di quanto accaduto durante la rivolta dei wahhabiti Ikhwan contro Abd-al Aziz che quasi distrusse il wahhabismo e gli al-Saud nei primi anni ’20 (AVVERTENZA: questi Ikhwan
– lett. “fratelli”, ndt – non hanno niente a che vedere con gli omonimi Ikhwan, cioè i Fratelli Musulmani — si tenga quindi presente che da qui in avanti tutti i futuri riferimenti nel corpo del testo saranno da ricondurre agli Ikhwan wahhabiti, e non agli Ikhwan-Fratelli Musulmani).

Molti sauditi si sentono profondamente inquietati dalle dottrine radicali del Dai’sh (ISIS) – e cominciano sotto alcuni aspetti a mettere in dubbio la direzione politica dell’Arabia Saudita.

IL DUALISMO SAUDITA

Le divisioni interne e le tensioni sull’ISIS che si avvertono in Arabia Saudita potranno essere comprese solo se si ha ben chiaro in mente quell’intrinseco (e persistente) dualismo che sta alla base della dottrina e della storia del Regno.

Un tratto dominante dell’identità Saudita risale direttamente a Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (il fondatore del Wahhabismo), e al modo in cui il suo puritanesimo radicale ed esclusionista fu adoperato da Ibn Saud (quest’ultimo nient’altro che un capetto – fra tanti – di tribù beduine in lotta fra loro, perennemente dedite a razzie in giro per i cocenti, quanto disperatamente solitari deserti del Nejd).

Il secondo tratto di questo sconcertante dualismo risale precisamente alla svolta impressa da Re Abd-al Aziz in direzione della forma stato negli anni ’20: il freno che impose alla violenza Ikhwani (in modo tale da guadagnare punti come stato-nazione nei rapporti diplomatici con la Gran Bretagna e l’America); la sua istituzionalizzazione di quell’originario impulso wahhabita – e dall’altra parte l’opportunità che colse al volo di metter mano al rubinetto dei petrodollari negli anni ’70, spingendo gli instabili Ikhwani fuori dal paese – avvenne attraverso una rivoluzione culturale, invece che una rivoluzione violenta nel mondo musulmano.

Ma questa “rivoluzione culturale” non era un mansueto riformismo. Era piuttosto una rivoluzione basata sull’odio quasi-giacobino di Abd al-Wahhab per la corruzione e le deviazioni dottrinarie che percepiva intorno a sé – da qui il suo appello ad epurare l’Islam da tutte le sue eresie ed idolatrie.

ibn_saudIMPOSTORI MUSULMANI

Il giornalista e saggista americano Steven Coll ha raccontato come il suddetto Abd al-Wahhab, questo discepolo di uno studioso del 14esimo secolo (tale Ibn Taymiyyah), dal carattere austero e propenso alla censura, disprezzasse “la nobiltà egiziana ed ottomana che attraversava l’Arabia per andare a pregare alla Mecca, con tutta la loro eleganza, la loro arte, il loro tabacco, il loro hashish e i loro tamburi”.

Dal punto di vista di Abd al-Wahhab, questa gente non era musulmana; erano impostori mascherati da musulmani. Non è che giudicasse molto meglio il comportamento dei beduini arabi del luogo, che pure lo disturbavano con la loro devozione ai santi, con le lapidi che erigevano e la loro “superstizione” (ad esempio la venerazione di quei luoghi, anche di sepoltura, che si riteneva essere stati toccati dal divino). Tutti comportamenti che Abd al-Wahhab denunciò come “bida” – proibiti da Dio.

Come già Taymiyyah prima di lui, Abd al-Wahhab era convinto che il periodo trascorso dal Profeta Maometto a Medina incarnasse l’ideale della società musulmana (il “migliore dei tempi”), cosa che tutti i musulmani avrebbero dovuto aspirare ad emulare (ed ecco, in sostanza, il Salafismo).

Taymiyyah aveva dichiarato guerra allo Sciismo, al Sufismo e alla filosofia greca. Criticava anche la gente che si recava sulla tomba del Profeta, e la celebrazione del suo compleanno, dichiarando tutti questi comportamenti mere imitazioni della venerazione cristiana di Gesù come Dio (e cioè idolatria). Abd al-Wahhab fece suoi questi insegnamenti, sostenendo che “qualsiasi dubbio o esitazione” da parte del credente rispetto a questa sua particolare interpretazione dell’Islam avrebbero dovuto “privare un uomo dell’immunità, delle sue proprietà e della sua vita”.

Uno dei principi fondamentali della dottrina di Abd al-Wahhab è diventato cardine del takfir. Secondo la dottrina takfiri, Abd al-Wahhab e i suoi seguaci avrebbero potuto dichiarare infedeli i propri correligionari musulmani in qualsiasi occasione questi si fossero dedicati ad attività che minacciavano di entrare in contrasto con il principio di sovranità dell’Autorità assoluta (cioè del Re).

Abd al-Wahhab denunciava tutti i musulmani che onoravano i propri morti, santi o angeli. Riteneva che tali sentimenti distraessero dall’asservimento più completo che ciascuno doveva provare nei confronti di Dio, e Dio soltanto. L’Islam wahhabita proibisce perciò qualsiasi tipo di preghiera rivolta ai santi o ai propri cari estinti, i pellegrinaggi alle tombe e a certe moschee, feste religiose in nome dei santi, la celebrazione del compleanno di Maometto, Profeta dell’Islam, e si spinge perfino a proibire l’uso di lapidi nella sepoltura dei morti.

“Coloro che non dovessero conformarsi a tale punto di vista dovrebbero essere uccisi, stuprate le loro mogli e le loro figlie, e confiscate le loro proprietà”, scrisse.

Abd al-Wahhab pretendeva conformismo – un conformismo al quale bisognava manifestare la propria adesione in modi fisici e tangibili. Sosteneva che tutti i musulmani dovessero individualmente giurare la propria fedeltà a un singolo leader musulmano (un califfo, quando c’era). E coloro che non si conformavano a questa posizione dovevano essere uccisi, le loro mogli e figlie dovevano essere stuprate, e i loro beni confiscati, scrisse. La lista degli apostati meritevoli di morte includeva sciiti, sufi e altre scuole musulmane, che Abd al-Wahhab non riteneva affatto musulmane.

Non esiste niente che distingua il Wahhabismo dall’ISIS. La frattura arriva dopo: dalla successiva istituzionalizzazione della dottrina di Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, che recitava “Un Sovrano, Un’Autorità, Una Moschea” – tre capisaldi che l’interpretazione faceva riferire al Re saudita, all’autorità assoluta del Wahhabismo ufficiale, e al suo controllo della “parola” (cioè la moschea).

La negazione da parte dell’ISIS di queste tre capisaldi, sui quali l’intera autorità sunnita poggia tutt’ora, è la frattura che rende l’ISIS – entità che da qualsiasi altro punto di vista rispetta e si conforma al Wahhabismo – una grave minaccia per l’Arabia Saudita.

ikhwan_4-1CENNI STORICI 1741-1818

L’aver adottato questa visione ultraradicale fece sì che Abd al-Wahhab venne espulso dalla sua città, e nel 1741, dopo diverse peregrinazioni, trovò rifugio sotto l’ala protettrice di Ibn Saud e della sua tribù. Ciò che Ibn Saud vedeva negli insoliti insegnamenti di Abd al-Wahhab non era altro che un mezzo per ribaltare le tradizioni e le convenzioni della cultura araba. Era, insomma, la sua strada per il potere.

“La loro strategia – così come quella dell’ISIS oggi – consisteva nel sottomettere le popolazioni conquistate. Volevano instillare loro la paura”.

Abbracciata la dottrina di Abd al-Wahhab, il clan di Ibn Saud poteva continuare a fare ciò che aveva sempre fatto – cioè razziare i villaggi della zona, depredandoli i loro beni. Solo che adesso non l’avrebbero più fatto nel solco della tradizione araba, ma sotto il vessillo della jihad. Ibn Saud e Abd al-Wahhab reintrodussero poi l’idea del martirio in nome della jihad, perché assicurava ai propri martiri l’immediato ingresso in paradiso.

All’inizio conquistarono poche comunità del luogo, imponendovi il proprio dominio (agli abitanti dei territori conquistati fu lasciata poca scelta: conversione al Wahhabismo o morte). Ma entro il 1790 l’Alleanza controllava ormai gran parte della penisola araba, e razziò ripetutamente Medina, la Siria e l’Iraq.

La loro strategia – così come quella dell’ISIS oggi – consisteva nel costringere alla sottomissione le popolazioni conquistate. Volevano instillare loro la paura. Nel 1801 gli Alleati attaccarono la Città Santa di Karbala in Iraq, massacrando migliaia di sciiti, incluse donne e bambini. Molti luoghi sacri sciiti vennero distrutti, incluso il tempio dell’Imam Hussein, nipote assassinato del Profeta Maometto.

Un ufficiale britannico, il Tenente Francis Warden, testimone dei fatti all’epoca, scrisse: “Hanno depredato l’intera città [di Karbala], e saccheggiato la Tomba di Hussein… massacrando nel corso della giornata, con una sequela di atti di particolare crudeltà, più di cinquemila dei suoi abitanti…”.

Osman Ibn Bishr Najdi, storico del primo stato saudita, scrisse che a Karbala nel 1801 Ibn Saud fece un massacro. E documentò con orgoglio quel massacro dicendo: “Abbiamo preso Karbala, e fatto un massacro, e ridotto la sua popolazione (in schiavitù), per cui sia resa lode ad Allah, Dio dei Mondi, e non chiederemo scusa per questo, e diremo: “Agli infedeli: lo stesso trattamento”.

Nel 1803 Abdul Aziz fece il suo ingresso nella Città Santa della Mecca, che si arrese in preda al terrore e al panico (lo stesso destino a cui andò incontro Medina). I seguaci di Abd al-Wahhab demolirono tutti i monumenti storici, le tombe e i templi che si trovavano davanti lungo il cammino. Alla fine avevano distrutto secoli di architettura islamica intorno alla Grande Moschea.

Ma nel novembre del 1803 un assassino sciita uccise re Abdul Aziz (una vendetta per il massacro di Karbala). Gli successe suo figlio, Saud bin Abd al Aziz, che portò avanti la sua conquista dell’Arabia. I sovrani ottomani, tuttavia, non potevano più restare a guardare mentre il loro impero veniva divorato un pezzo alla volta. Nel 1812 l’esercito ottomano, composto da egiziani, spinse l’Alleanza fuori da Medina, Jeddah e la Mecca. Nel 1814 Saud bin Abd al Aziz morì di febbre. Il suo sfortunato erede Abdullah bin Saud, invece, fu catturato e portato dagli ottomani a Istanbul, dove venne condannato a una morte cruenta (un viaggiatore che si trovava ad Istanbul raccontò di averlo visto umiliato per tre giorni lungo le strade della città, per essere poi impiccato e decapitato, la sua testa sparata da un cannone, il suo cuore strappato e impalato sul suo cadavere).

Nel 1815 le forze wahhabite erano state schiacciate dagli egiziani (agli ordini degli ottomani) in una battaglia decisiva. Nel 1818 gli ottomani catturarono e distrussero la capitale wahhabita di Dariyah. A questo punto del primo stato saudita non c’era ormai più traccia. I pochi wahhabiti sopravvissuti si ritirano nel deserto per riorganizzarsi, e lì rimasero, a riposo per gran parte del 19esimo secolo.

I RICORSI STORICI DELL’ISIS

Non è difficile da capire come la fondazione dello Stato Islamico da parte dell’ISIS nell’Iraq contemporaneo possa fare eco a coloro che conoscono questa storia. E in effetti, lo spirito del Wahhabismo del 18esimo secolo non morì a Nejd, ma tornò in auge quando l’Impero Ottomano crollò nel caos della Prima Guerra Mondiale.

Gli Al Saud – in questa loro rinascita nel 20esimo secolo – erano guidati dal laconico quanto politicamente avveduto Abd al Aziz, che unificando le molteplici e irritabili tribù beduine, lanciò l’Ikhwan saudita nel solco dell’originario proselitismo battagliero di Abd-al Wahhab e Ibn Saud.

Gli Ikhwan erano una reincarnazione di quel feroce movimento d’avanguardia semi-indipendente di “moralisti” armati wahhabiti che quasi erano riusciti a conquistare l’Arabia agli inizi dell’800. Allo stesso modo fra il 1914 e il 1926 gli Ikhwan riuscirono ancora una volta a occupare la Mecca, Medina e Jeddah. Ma dal canto suo Abd-al Aziz iniziò a convincersi che i propri interessi avrebbero potuto ritrovarsi, a lungo termine, minacciati da questo “giacobinismo” rivoluzionario degli Ikhwan. Così gli Ikhwan si rivoltarono – e scoppiò una guerra civile che sarebbe durata fino agli anni ’30, quando infine il Re li schiacciò: con le mitragliatrici.

Per questo Re (Abd-al Aziz) le semplici verità dei decenni precedenti si andavano erodendo. Nella penisola era stato scoperto il petrolio. La Gran Bretagna e l’America lo corteggiavano, ma erano ancora piuttosto inclini a sostenere lo Sceriffo Husayn quale unico legittimo sovrano d’Arabia. I sauditi avevano bisogno di sviluppare un gioco diplomatico più sofisticato.

Fu così che il Wahhabismo fu costretto a mutare, da movimento improntato a una jihad rivoluzionaria, nonché alla purificazione teologica takfiri, a movimento di conservazione, sociale, politica, teologica e religiosa da’wa, per giustificare l’istituzione che sosteneva la lealtà alla famiglia reale saudita, e il potere assoluto del re.

COME IL WAHHABISMO SI SPARSE A MACCHIA D’OLIO

Con l’avvento della manna petrolifera – come scrive lo studioso francese Giles Kepel – gli obiettivi dei sauditi erano diventati quelli di “espandersi, diffondendo il wahhabismo in tutto il mondo musulmano”… di ‘wahhabizzare’ l’Islam, riducendo così “la pluralità delle voci all’interno di questa religione” in un “unico credo” — un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali. Miliardi di dollari furono – e continuano tutt’ora – ad essere investiti in questa manifestazione di soft power.

Fu quest’esaltante combinazione di miliardi di dollari d’investimento nell’esercizio di soft power – e la disponibilità manifestata dai sauditi a orientare l’Islam sunnita secondo gli interessi americani, pur innestandovi il Wahhabismo attraverso le istituzioni scolastiche, la società e la cultura in tutti i paesi musulmani – che generò la politica occidentale di dipendenza dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura già dall’incontro di Abd-al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla Conferenza di Yalta) fino ad oggi.

Gli occidentali guardavano al Regno, ma la loro attenzione era catturata dalla ricchezza, dall’apparente modernità, dalla dichiarata leadership del mondo islamico. Scelsero di dare per assodato che il Regno si stesse semplicemente piegando agli imperativi della modernità.

“Da un lato l’ISIS è profondamente wahhabita. Dall’altro, è ultraradicale in modo completamente diverso. Potrebbe essere interpretato come un movimento correttivo del wahhabismo contemporaneo”.

L’approccio saudita Ikhwan, tuttavia, non morì negli anni ’30. Si ritrasse, ma conservò comunque la propria influenza su alcune parti del sistema – nasce da qui quel dualismo che oggi possiamo osservare nell’atteggiamento saudita nei confronti dell’ISIS.

Da un lato l’ISIS è profondamente wahhabita. Dall’altro è ultraradicale in modo completamente diverso. Potrebbe essere interpretato come un movimento correttivo del Wahhabismo contemporaneo.

L’ISIS è un movimento “post-Medina”: guarda al comportamento dei primi due califfi, più che a quello dello stesso Profeta Maometto, e cerca in qualche modo di emularlo, negando con forza l’autorità saudita.

Mentre la monarchia saudita fioriva nell’era del petrolio, diventando un’istituzione sempre più vasta, l’attrazione esercitata dal messaggio Ikhwan conquistava sempre più terreno (nonostante la campagna di modernizzazione di Re Faisal). L’approccio Ikhwan godeva – e ancora gode – del sostegno di tanti uomini, donne e sceicchi importanti. Da un certo punto di vista, Osama bin Laden era esattamente il rappresentante della tarda fioritura di questo approccio Ikhwan.

Oggi l’indebolimento della legittimità del Re da parte dell’ISIS non viene visto come un fenomeno problematico, quanto piuttosto come un ritorno alle vere origini del progetto saudita-wahhabita.

Nella collaborazione alla gestione della regione da parte dei Sauditi e dell’Occidente, all’inseguimento dei tanti progetti occidentali (la lotta al socialismo, al Ba’athismo, al Nasserismo, al Sovietismo e all’influenza iraniana), i politici occidentali hanno privilegiato la loro interpretazione preferita dell’Arabia Saudita (il benessere, la modernizzazione e l’influenza), scegliendo tuttavia d’ignorarne l’impulso wahhabita.

Dopotutto, i movimenti islamisti più radicali venivano visti dai servizi segreti occidentali come strumenti utili per abbattere l’URSS in Afghanistan – e combattere leader e stati mediorientali che non godevano più del loro favore.

Perché sentirsi così sorpresi, allora, se dal mandato saudita-occidentale del Principe Bandar di gestire l’insorgenza siriana contro il Presidente Assad sia poi emerso un tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso: l’ISIS? E perché mai dovremmo sentirci tanto sorpresi – sapendone un po’ sul Wahhabismo – del fatto che gli insorgenti siriani “moderati” siano finiti col diventare più rari del mitico unicorno? Perché mai avremmo dovuto immaginare che il wahhabismo avrebbe generato dei moderati? Oppure, perché mai avremmo dovuto immaginare che la dottrina di “Un Leader, Un’Autorità, Una Moschea: sottomettetevi o morirete” potesse mai in ultima istanza condurre alla moderazione o alla tolleranza?

Oppure, forse, non ci siamo mai sforzati d’immaginare.

(Traduzione di Stefano Pitrelli)

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Tutti con lo Stato islamico

S-Flames-of-War-Propaganda-Video-02-600x320(di Alberto Savioli – da SiriaLibano). Dall’inizio dei bombardamenti americani in Siria contro le postazioni dello Stato islamico, il primo vero risultato ottenuto dagli Stati Uniti è stato quello di staccare quei gruppi di matrice salafita che combattevano nella coalizione dei ribelli contro lo stesso Stato islamico. Inoltre, di acuire la percezione in molti elementi della popolazione sunnita, di essere vittima di un attacco congiunto occidentale e sciita.

Un’azione contro il diffondersi dello Stato islamico (Is) tra Iraq e Siria era sicuramente necessaria, dopo che per più di un anno gli americani lo avevano osservato crescere senza fare nulla per impedirlo. Tuttavia l’errore è di credere che l’Is sia solo un accentratore di elementi qaidisti e jihadisti. Come dimostra la presa di Mosul (Iraq) e gli scontri nella provincia di Ninawa (Mosul), accanto all’Isis c’era l’Esercito dell’Ordine degli uomini di Naqshbandi, che ha legami con ex dirigenti del partito Baath di Saddam Hussein (in particolare Izzat Ibrahim al Duri, ex vicepresidente).

Lo Stato islamico è percepito da molti elementi sunniti combattenti come una possibilità di rivalsa dopo anni di dominio politico sciita in Siria e Iraq. La Coalizione che raggruppa diverse sigle ribelli ha cominciato dallo scorso dicembre una lotta serrata all’Is, che l’ha portata a decimarsi dovendo combattere su due fronti: il regime siriano e lo Stato islamico che allora si chiamava Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante). All’interno di questa coalizione c’erano anche dei gruppi di ispirazione qaidista e salafita come Jabhat an Nusra e Ahrar ash Sham, che avevano partecipato alla presa di Raqqa, salvo poi essere cacciati dalla città all’avvento dell’Isis.

I recenti bombardamenti degli Usa hanno preso di mira anche questi due gruppi che combattevano contro lo Stato islamico soprattutto nella zona di Idlib. Il primo risultato è stato che la Nusra avrebbe detto di essere pronta a combattere assieme all’Is. In un secondo momento una dichiarazione congiunta di Ahrar ash Sham (assieme alla Liwa at Tawhid, Liwa al Haq, Ajnad ash Sham e i Curdi del Fronte islamico) ha condannato gli attacchi della coalizione occidentale e dei paesi del Golfo, che hanno colpito molti civili (il primo giorno di bombardamenti sono morte quasi 100 persone, tra cui molti bambini).

Questo senso di frustrazione della popolazione siriana è aumentato con i continui bombardamenti dell’aviazione di Assad; giornalmente arrivano documentazioni video degli attacchi (1, 2, 3) e testimonianze fotografiche dei civili uccisi, è impressionante l’alto numero di bambini tra queste vittime. E nel silenzio generale, mentre il mondo è concentrato sulla fobia dello Stato islamico, il raìs siriano indisturbato utilizza armi contenenti sostanze chimiche – da poco si è registrato un attacco ad Adra (video) a nord-est di Damasco.

Dopo i bombardamenti americani che hanno causato vittime civili, sono avvenute manifestazioni di protesta contro la coalizione occidentale e Obama, e sono state bruciate bandiere americane, come a Daraa, Hula, Hama, Maarrat an Nouman (1, 2) e Idlib (1, 2). Gli slogan erano tutti contro la coalizione e a favore di Jabhata an Nusra, Ahrar ash Sham e naturalmente dello Stato islamico. A Idlib, modificando uno slogan della rivoluzione siriana, la gente urlava “il popolo è unito con lo Stato Islamico”, “col sangue e l’anima ci sacrifichiamo per lo Stato (Is)”, “col sangue e con l’anima ci sacrifichiamo per al Baghdadi (il Califfo dell’Is), “Jabhat an Nusra, nulla può rimuovere il tuo amore dai nostri cuori”.

Nel frattempo in Libano, nel campo profughi siriano di Arsal, sono state arrestate 448 persone, donne e bambini sono stati fatti sfollare ed è stato appiccato il fuoco a molte tende (1, 2, 3). Va ricordato che il Libano è un Paese con grande percentuale della popolazione cristiana e che il luogo dove è sorto il campo profughi, Arsal, si trova nella valle della Beqaa controllata di fatto dalle milizie sciite di Hezbollah. Questo contenso, assieme ai fatti precedenti, induce queste persone scappate dai bombardamenti del regime siriano e rifugiatisi in un’area sciita di un paese con un’alta percentuale di cristiani, ad avere l’idea di essere “vittime confessionali”. E infatti sono state organizzate manifestazioni in cui ad Arsal lo slogan principale era “il popolo vuole lo Stato islamico” e in altre zone del Libano sventolava la bandiera nera dello “Stato”, come a Tripoli.

Al momento la guerra contro l’Is avrà indebolito le sue forze militari ma sta radicando la sua ideologia nei cuori della gente. Se l’America vorrà sconfiggerlo veramente dovrà gestire in modo equo il conflitto siriano sostenendo quelle forze sunnite che chiedono la caduta di Assad ma non sono permeate da elementi estremisti e confessionali. In caso contrario Obama si deve preparare a spegnere altri fuochi, per primo il fuoco libanese che cova sotto le ceneri.

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Siria, in carcere chi chiede dei militari scomparsi

(di Zanzuna per SiriaLibano). Non ha usato mezzi termini il presidente americano Barack Obama quando, nell’incoAlguma-semelhança-300x225ntro Nato tenutosi venerdì a Newport in Gran Bretagna, ha parlato dei mezzi per sconfiggere lo Stato islamico. Non ha utilizzato l’espressione “linea rossa”. Né ha insistito sulla “necessità di trovare  soluzioni politiche”.

Obama è sembrato deciso e chiaro:  “Vi è una ferma convinzione che dobbiamo agire. (…) Lo Stato islamico è una grave minaccia per tutti. E nella Nato c’è una grande convinzione che è l’ora di agire per indebolire e distruggere l’Isis”.

Da Newport 2014 a Bruxelles 2013 è passato più di un anno. Allora, la tavola rotonda della Nato aveva altre priorità, e la situazione siriana presentava realtà diverse: la Nato respinse un “intervento nel conflitto siriano, nonostante il deterioramento della situazione”.

Non sembra essere molto utile mettersi a studiare cosa è accaduto in questo periodo per capire come mai la Nato abbia cambiato idea.

Non è stato per Raqqa, la prima città uscita dal controllo del regime nel marzo 2013 e capace di gestire la sua vita civile nel primo mese di libertà, prima dell’arrivo dello Stato Islamico. Non è  stato per il massacro della Ghuta con i gas nell’agosto 2013.

Forse il caos creato dallo Stato islamico in Iraq è diverso da quello creato in Siria.  Forse solo adesso “le minoranze del mosaico religoso sono a rischio”. Forse è stato a causa della morte dei due giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff, barbaramente uccisi dallo Stato Islamico. In questo modo il video game funziona e convince il mondo a unirsi per combattere contro i terroristi.

Anwar al Bunni, avvocato siriano da decenni in prima fila per la difesa dei diritti umani, scrive sulla sua pagina Facebook: “Non so perché il mondo vibra di panico quando centinaia di teste vengono tagliate dalla spada, ma non vibra quando decine di migliaia di persone vengono uccise dai barili esplosivi lanciati dagli aerei, o dai missili, o dalle armi chimiche, o sotto tortura (…). La risposta ha a che fare con l’identità dell’assassino? O forse con l’identità della vittima? Se l’assassino indossa l’abito laico gli è permesso forse di uccidere chi vuole e nel modo in cui lui vuole? Ma se il boia indossa l’abito religioso gli è vietato anche di urlare?”.

Due facce della stessa medaglia. Una uccide il popolo con il coltello. L’altra col veleno. Una uccide e dice “sto uccidendo e sono così”. L’altra consegna alla prima il popolo che deve essere ucciso.

Il presidente siriano Bashar al Asad ha imparato dall’esperienza americana: creare il nemico terrorista serve per diventare il baluardo contro l’integralismo da combattere con tutti i mezzi, leciti o meno. A dire il vero, Asad figlio ha imparato bene dal padre.

Per fare funzionare questo gioco chiede ai suoi militari di ritirarsi da alcune aree, lasciando scoperti molti luoghi del fronte contro lo Stato islamico. Molti suoi soldati sono così lasciati impotenti da soli ad affrontare l’attacco della marea nera dei jihadisti. Solo allora, servirà l’intervento salvifico delle truppe di Asad.

Nadin, un’attivista siriana, racconta la sua storia nelle località attorno a Tartus: “Non ci sono più uomini nei villagi alawiti. Questi villaggi sono ormai famosi perché le donne che vi abitano non hanno più un uomo al loro fianco. Gli uomini che tornano, tornano morti”.

#Wainun(“Dove sono?”) è una campagna Web gestita da attivisti siriani per chiedere che sia fatta luce sulle sorti degli scomparsi come Padre Paolo, Razan Zaytune, Samar Saleh, Mazen Darwish, Yehya Sharbaji e molti altri.

Su modello di questa campagna, i siriani fedeli ad Asad, hanno cerato una pagina Facebook in cui campeggia la foto del raìs e chiamata: “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad” in riferimento alla battaglia avvenuta a fine agosto nella regione settentrionale di Raqqa tra lealisti e jihadisti.

Di solito questa pagina incoraggiava i soldati a combattere nel nome di Asad. Soprattutto quelli rimasti nella base militare area di Tabqa ad affrontare lo Stato islamico. Ma quelle “aquile” sono poi state abbandonate. Senza nessun sostegno di Asad.

Ecco perché i lealisti, autori de “Le aquile dell’areoporto militare di Tabqa, uomini di Asad”,  hanno creato nella stessa pagina una sezione informativa chiamata #Wainun dove raccolgono notizie sulla sorte dei militari dell’esercito regolare scomparsi.

L’episodio di Tabqa non è stato certo l’unico. Ma è stato il più recente e quello più drammatico. Centinaia di soldati sono stati uccisi dai jihadisti. Il regime non solo non li ha difesi, non ha nemmeno parlato della loro morte nei canali televisivi governativi che hanno invece proseguito a trasmettere secondo il palinsesto regolare, con musichette e serie televisive.

I toni espressi nella pagina Web #Wainun dei lealisti mettono a nudo la rabbia e la delusione di molti sostenitori del regime: “Dove sono i nostri figli?”, hanno chiesto in molti. Come se questi seguaci di Asad si fossero accorti solo adesso del gioco e del fatto che il regime è capace di impegnare ogni energia per liberare dei rapiti russi o iraniani, ma è capace di lasciare al loro destino tragico centinaia di soldati semplici. Come carne da macello e niente più.

La pagina lealista #Wainun ha così superato la “linea rossa” indicata dal regime e dai suoi servizi di controllo e repressione. Ma non comprendete male: non è che gli agenti dei servizi sono andati a difendere i soldati di Asad al fronte contro i jihadisti. No… gli agenti sono andati ad arrestare l’amministratore della pagina Facebook e l’ideatore della campagna, Mudar Khaddur.

Khaddur è sempre stato un lealista. Poi ha perso uno dei suoi fratelli nella battaglia dell’aereoporto. E ha creato questa pagina per chiedere ad Asad e al ministro della difesa, Fahd al Frej, i motivi per cui i generali sono scappati, lasciando i soldati in mano allo Stato islamico, che prima li ha insultati e poi uccisi. Khaddur ha trascorso giorni e giorni per raccogliere informazioni sui soldati scomparsi e per dare la notizia alle loro famiglie.

Questa partita a scacchi il regime la vuole giocare fino all’ultimo. Ha capito di essere il re e di poter giocare col sangue. Non pensa di esser sconfitto solo perché fa la parte del cattivo. Non crede alle favole, dove i cattivi alla fine vengono sconfitti. A differenza di noi, il regime di Asad sa che non è “il protettore del Paese” e che non è “il protettore delle minoranze”. Lo sa bene e sorride di fronte ai proclami di Newport e Bruxelles, ai negoziati di Ginevra-2 e Ginevra-1, alle riunioni degli Amici della Siria e degli Amici del regime. Perché in questa partita a scacchi, nessuno vuole gridare “Scacco matto!”.

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