E’ meglio lo Stato islamico o Asad? 3/3

(di Alberto Savioli). La domanda che spesso viene posta a chi continua a denunciare i crimini di Asad è: “È meglio lo Stato islamico o Asad?”, è una domanda retorica di facile soluzione. Questo pezzo (il terzo di tre) vuole dare risposta alle questioni poste anche da chi sostiene Asad, non presentando solo opinioni ma fatti documentati accaduti negli ultimi quattro anni. Si presenta come un ampio dizionario di testimonianze video delle atrocità siriane.

Questo pezzo è la terza parte di un lungo articolo le cui prime due puntate sono apparse nelle settimane precedenti (parte 1 e parte 2). Prendetevi il vostro tempo, ma guardate i video, alla fine sarà impossibile riproporre la domanda: “Meglio lo Stato islamico o Asad?”.

Fondamentalismo costruito a tavolino.

Molti estremisti arruolati dallo Stato islamico (Is), facevano parte di quei gruppi sunniti creati da Asad in funzione anti-americana e mandati a combattere in Iraq nel 2004-07 secondo una nota strategia.

Mentre Mazen Darwish, giornalista e direttore del Centro per i media e la libertà di espressione, così come centinaia di attivisti finivano in carcere, il regime con le amnistie liberava fondamentalisti e tagliagole. Alcuni capi delle brigate ribelli sono usciti di prigione con le amnistie di Assad nel luglio 2011: Zarhan Allush, Hassan Abbud e al Jolani (di Jabhat al Nusra).

Questa prassi è confermata anche dalla scrittrice siriana Samar Yazbek, alawita come il presidente siriano e finita in carcere come oppositrice. Quando si trovava nel nord della Siria per dare sostegno alle donne dei campi profughi racconta di avere parlato con diversi jihadisti: “Ho parlato con loro per un anno intero sulla linea del fronte… alcuni mi hanno detto che erano in prigione con me e che Bashar li aveva rilasciati nel mese di aprile 2011”.

Per lei, i jihadisti “sono i figli della politica di Asad”. “(Asad) è il primo assassino nel Paese”, continua, ricordando il bombardamento incessante del regime contro il suo stesso popolo: nei villaggi del nord, ti fa impazzire, non si può fare nulla”.

syrian-cheUn presidente non confessionale ordina un massacro confessionale.

Una delle domande frequentemente poste dal geo-politologo riguarda la sorte delle minoranze: cosa ne sarebbe dei cristiani e degli sciiti se cadesse Asad e il paese venisse conquistato dallo Stato islamico?

È innegabile che nell’attuale situazione di guerriglia in un territorio frazionato tra diversi contendenti – in alcune zone a macchia di leopardo – molte persone e non solo tra le minoranze si sentano tutelate dal regime e sarebbero in pericolo sotto lo Stato islamico o altri gruppi ribelli. Nessuna persona sana di mente considera l’Is un’alternativa.

È evidente che solo una situazione politica può porre fine a questo conflitto. Ma il conflitto non può avere fine per paura dell’Is, e per questa paura non si può riabilitare Asad, che è l’origine prima di questo disastro.

Sono state le “squadracce” di Asad a compiere il massacro confessionale a danno dei sunniti di Banyas e al Beida nel maggio 2013, come documentato anche da Human Rights Watch, 248 persone (tra cui donne e bambini) sono state uccise a sangue freddo, alcuni di loro sgozzati. Ma allora nessun geo-politologo ha denunciato il fatto o si è “stracciato le vesti” per quelle morti.

Il massacro era anche stato annunciato e pianificato in un video (video 1 al min. 4.21, 2) da Mihrac Ural, chiamato Ali al Kayali, un alawita turco comandante di una milizia forte di 2000 uomini, la Resistenza siriana (Ssi). Ali Kayali usa i termini “liberare” e “purificare” per intendere: uccidere i civili di un’enclave sunnita (Banyas), in una zona a maggioranza alawita. Molti sostenitori di Asad in Italia utilizzano termini simili: liberare e derattizzare.

I fatti di allora cphoto (5)bishe in altri contesti verrebbero chiamati genocidio, sono ben illustrati nei video che seguono (123456). L’immagine a sinistra è stata volutamente distorta per il contenuto forte, per chi volesse approfondire con ulteriori immagini rimando ai link (1, 2, 3).

I soldati governativi festeggiavano l’esito della “purificazione” al grido di “Dio, la Siria, Bashar e basta” e “Bashar non ti preoccupare siamo i tuoi uomini, noi beviamo il sangue” (video). Prima di trucidarli calpestavano gli abitanti della città (video), ed infine hanno lasciato uno scempio fatto di cadaveri di uomini, donne e bambini (video).

Un errore che – a mio avviso – compie il geo-politologo ponendo la domanda: “È meglio lo Stato Islamico o Asad?” sta nel fatto che considera Asad il male minore, facendo una distinzione tra l’orco buono e l’orco cattivo. Lo sbaglio è porre come unica alternativa Asad o l’Is: la Siria non è Asad, il pluralismo politico e il laicismo esistevano in Siria prima del colpo di stato di Hafez al Asad.

Perché non è possibile concepire una Siria senza chi si è macchiato di gravi crimini contro l’umanità? Una soluzione politica che prevede l’allontanamento di Asad (anche se non è in agenda) senza la caduta del sistema statale siriano, servirebbe a coagulare contro l’Is quelle forze sunnite che inevitabilmente vedono Asad come il nemico ma che non si identificano nello Stato islamico.

Il mantra ripetuto da una certa stampa occidentale, di Asad protettore delle minoranze, è vero fintanto che quelle minoranze riconoscono il rais come loro legittimo capo, come dimostrano i molteplici episodi di oppositori e attivisti cristiani, alawiti, sciiti arrestati o uccisi per essersi opposti alla dittatura. Questo aspetto è spiegato chiaramente dall’attrice cristiana May Skaaf, più volte arrestata, nel documentario Farewell to Damascus: “Sono molto preoccupata per gli alawiti in Siria, non è colpa loro, per quarant’anni sono stati portati a credere che se Hafez al Asad e il regime che ha ereditato Bashar al Asad fossero stati spazzati via, i sunniti sarebbero venuti per macellarli [non si riferisce qui allo Stato islamico o ai gruppi salafiti n.d.r.]. Hanno lavorato sodo per fissare questa idea nelle loro teste. Ho davvero paura per loro, perché questo regime ha lavorato così duramente per trasformare questa rivolta in una guerra civile, perché un gran numero di milizie pro-regime appartengono alle minoranze (…). Sto parlando di politica, la politica di terrorizzare le minoranze, una politica che questo regime ha imposto alla società. Che senza il regime, i sunniti vengono a massacrare le minoranze. Poi ci sono i benefici, un gran numero di coloro che è nell’esercito gode di notevoli privilegi. Tutto questo serve a legarli al regime, sono diventati regime. Si tratta di un arazzo marcio che il regime ha tessuto al fine di raggiungere questo momento, e sa esattamente dove questo lo sta portando. Essi non si preoccupano dello stato di diritto, né della difesa delle minoranze, perché le minoranze non sono il problema. Si tratta di una rete di mafie che provengono da tutti i diversi gruppi. Si sono messi assieme solo per questo momento. Nel momento in cui avrebbero perso la loro immoralità…”.

IMG_63281-620x330La società civile ignorata per dare forza alla tesi complottista.

Chi sostiene la tesi del complotto destabilizzatore ai danni della Siria, parla di disegno globale e di primavere arabe tout court, di Siria, Libia mettendoci dentro anche l’Ucraina. Ma omettono sempre di parlare di Tunisia, dove tutto è cominciato con un dittatore rimosso immediatamente senza portare il Paese nel baratro siriano con uno scontro fratricida e dove alle recenti elezioni ha vinto un partito sostanzialmente laico. Dimenticano anche di dire che in Egitto c’è stata una restaurazione dell’esercito. E non parlano nemmeno dello scoppio delle manifestazioni di piazza e pacifiche in Paesi alleati dei destabilizzatori americani, come la Giordania e il Bahrein.

Il tentativo di rendere lineare il corso degli eventi, viene fatto da chi sposa la tesi complottista, negando le manifestazioni di piazza pacifiche, tacendo di arresti e torture, tacendo dell’opposizione politica interna che non chiedeva la caduta del regime ma è stata costretta ugualmente all’esilio o alla prigione.

Quella società civile che protestava pacificamente nel 2011 esiste ancora anche se minoritaria o silente, denuncia a rischio del carcere o della vita le violazioni del regime e dei ribelli (a seconda di dove vive), sviluppa progetti locali di solidarietà tra comunità, sostiene progetti legati all’informazione, all’istruzione o agli aiuti materiali.

Continuiamo a ignorarla come abbiamo fatto nel 2011, ma nel 2015 o nel 2016 non lamentiamoci per la nascita del nuovo mostro peggiore dello Stato islamico. Lo Stato islamico è percepito da molti elementi sunniti combattenti come una possibilità di rivalsa dopo anni di dominio politico sciita in Siria e Iraq.

BnM8yGNCUAAGvbWCome sconfiggere lo Stato islamico.

I recenti bombardamenti degli Usa hanno preso di mira anche due gruppi salafiti (Jabhat al Nusra e Ahrar al Sham) che combattevano contro lo Stato islamico soprattutto nella zona di Idlib. Il primo risultato è stato che la Nusra avrebbe dichiarato di essere pronta a combattere assieme all’Is.

Anche qui si registra il solito “effetto collaterale” dei bombardamenti, come si vede in questo recente video che documenta la morte di bambini a Harem (Idlib), il 6 novembre. Dopo questo fatto le loro famiglie sosterranno maggiormente lo Stato islamico.

Questo aspetto è evidente nell’interessante documentario del giornalista di origine svedese, Tam Hussein, che ha parlato con jihadisti olandesi all’interno del battaglione Jund al Aqsa e che dice che “quando gli americani bombardano, la gente esce in sostegno dello Stato islamico, dicendo: Siamo tutti Is”.

La giornalista Zaina Erhaim che twitta da Aleppo (nella foto sopra accanto a un murales), scrive: “Un emiro che ha defezionato dall’Is mi ha confessato che il numero di nuovi jihadisti è aumentato dall’inizio dei bombardamenti della Coalizione”.

Domandare in modo retorico: “È meglio Asad o il terrorismo (lo Stato islamico)?”, oppure: “Cosa ne sarebbe della Siria se cadesse Asad con tutti i terroristi che hanno invaso il Paese”, che valore ha, se si omette di dire che il dittatore è corresponsabile di questi eventi? La repressione violenta del 2011 non era indirizzata contro la Nusra o lo Stato islamico (che non esistevano ancora), ma contro manifestanti pacifici, contro oppositori e giornalisti, mentre le amnistie liberavano i comandanti di Ahrar ash Sham, del Fronte Islamico e della Nusra.

Che valore ha questa domanda retorica quando si omette di dire che giornalmente muoiono civili sotto le bombe del regime di Asad?

Possiamo anche parlare solo dello Stato islamico che ci fa paura (come “Occidente”), ma fino a un anno e mezzo fa questo non esisteva, c’era Asad che massacrava e arrestava (oltre a combattere contro la galassia dei ribelli), e quattro anni fa non c’erano nemmeno i ribelli, ma c’era sempre Asad che sparava sulla folla, arrestava e torturava.

La lotta allo Stato islamico non può che passare per una parola: giustizia. Le persone che non hanno desiderio di rivalsa non andranno con l’Is. Che ci piaccia o meno, per sconfiggere lo Stato islamico è necessario sostenere quella popolazione sunnita, la maggioranza, che non condivide l’estremismo di questo e che è costretta a convivere – pena la morte – con le vessazioni e le imposizioni dell’Is.

Nel mese di agosto, nei pressi di Deir az Zor, sono stati uccisi dallo Stato islamico 700 membri del clan Sweitat (della tribù degli Aghedaat) in un tentativo di ribellione contro l’Is – si erano già ribellati ad Asad in passato. Sconfiggere il Califfato e la sua forza attrattiva, è possibile solo con il sostegno di quest’elemento sunnita che non accetterà mai di ritornare sotto l’ala “sciita” di Asad.

Riabilitare il rais per paura del fondamentalismo e riconsegnare l’intero Paese a chi ha creato tutto ciò, vuol dire spingere anche gli elementi moderati tra le braccia dello Stato islamico nell’immediato e posticipare la risoluzione di un problema che si ripresenterà in futuro.

Una persona intelligente, arrivata alla fine della lettura di questi tre pezzi, dopo aver visto tutti i video, penso non abbia più voglia di chiedere: “È meglio lo Stato Islamico o Asad?”. La scelta che poi faranno gli Stati con la loro realpolitik è altra cosa, ma questa spesso non contempla la giustizia e nemmeno i crimini contro l’umanità.

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E’ meglio lo Stato islamico o Asad 2/3 ?

(di Alberto Savioli). La domanda che spesso viene posta a chi continua a denunciare i crimini di Asad è: “È meglio lo Stato islamico o Asad?”, è una domanda retorica di facile soluzione. Questo pezzo (il secondo di tre) vuole dare risposta alle questioni poste anche da chi sostiene Asad, non presentando solo opinioni ma fatti documentati accaduti negli ultimi quattro anni. Si presenta come un ampio dizionario di testimonianze video delle atrocità siriane.

Questo è il seguito di un pezzo precedente: prendetevi il vostro tempo, ma guardate i video, alla fine sarà impossibile riproporre la domanda: “Meglio lo Stato islamico o Asad?”.

La rivoluzione. Anime nere e anime bianche.

C’erano diverse anime allora (2012) in seno alla rivoluzione oramai militarizzata. Lo si poteva vedere anche nei cortei e nelle manifestazioni ancora pacifiche.

Un esempio lampante di ciò è stato “l’uomo magro”, Abu Maryam (questi video aiutano a capire chi fosse e qual era il suo pensiero: 12).

In una manifestazione ad Aleppo, nel febbraio 2013, accanto alle bandiere della rivoluzione viene sventolata la bandiera di Jabhat al Nusra e viene srotolato un manifesto di stampo confessionale. Abu Maryam (l’uomo al centro con la tuta nera e i baffi) che si opponeva a questa deriva estremista e confessionale della rivoluzione, strappa il manifesto e lo lancia lontano (video al min. 0.30 vengono srotolati gli striscioni, al min. 0.45 lui li toglie).

Nell’aprile 2014 Abu Maryam è stato ucciso dalle bande criminali dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) (1,2).

L’errore dell’occidente è stato quello di non aver sostenuto o protetto in vari modi e forme quest’anima non confessionale e non jihadista. Qualche nostro alleato del Golfo invece ha finanziato l’anima nera dellaImmagine rivoluzione.

Anti-imperialismo e complotto globale, una panacea per tutti i mali.

Una volta stufatosi della Siria, il geo-politologo esperto di tutti i conflitti, cambierà il canale Tv e si occuperà di Ucraina, domani di una nuova guerra, ma sempre con la stessa sicurezza di avere ragione: “Il colpevole è l’imperialismo americano e le rivolte sono un complotto internazionale contro le dittature (che lui chiamerà governi)”, colpevoli secondo lui, non di reprimere il popolo ma di opporsi all’espansionismo americano.

Per lui è un dettaglio il fatto che queste dittature siano alleate della Madre Russia e/o dell’Iran, Paesi – al pari degli Usa – con una politica imperialista.

Il geo-politologo assieme al “comunista duro e puro”, all’antimperialista e ai pacifisti nostrani, scende in strada per manifestare a favore del popolo palestinese contro l’occupante israeliano.

Durante la recente campagna militare di Israele contro Ghaza, queste persone hanno denunciato e si sono indignate per l’uso del fosforo bianco da parte di Israele ignorando completamente l’utilizzo del fosforo bianco da parte di Asad contro la popolazione civile: ad Erbeen nel dicembre 2012, a Talbise nel marzo 2013, febbraio 2013, novembre 2012, a Deir ez Zor nel febbraio 2013.

Dall’inizio del conflitto nella Striscia di Ghaza, gli uccisi nella vicina Siria sono stati più del doppio di quelli caduti in territorio palestinese.

kobaneLa carta dei curdi giocata a piacere.

Con la stessa incoerenza il geo-politologo sostiene i miliziani curdi dell’Ypg assediati a Kobane dallo Stato islamico, sostenuti dalla coalizione internazionale e sostenuti da combattenti dell’Esercito siriano libero che tanto deplorano (gli anti-imperialisti hanno manifestato domenica 2 novembre a favore dell’enclave curda).

Ma quando i curdi manifestavano contro Asad nella stessa Kobane nel 2011, a Qamishli nel gennaio 2012, e i ragazzi curdi delle scuole di Kobane davano il loro sostegno ai combattenti arabi di Baba Amr (Homs), queste persone voltavano la testa dall’altra parte.

Vittime collaterali o volute?

Il regime ha considerato i territori liberati come territori terroristi tout court, la popolazione di queste zone è colpevole di aver sostenuto la rivolta e di appoggiare i ribelli, per questo motivo va colpita e punita al pari di chi combatte. Per il regime non ci sono civili e belligeranti ma una popolazione pro-regime e una contro.

Non si spiega altrimenti l’uso indiscriminato di bombe al fosforo, bombe a grappolo e barili bomba sui certi abitati e missili scud, non certo armi raffinate che distinguono chi colpire, come quelle lanciate su Daraya (video 123), su Aleppo a una manifestazione in cui il canto di una bambina viene interrotto dallo scoppio dell’ordigno (video, min. 1.21), o su Jobar (Damasco).

Gli esiti sono evidenti a tutti quelli che non vogliono chiudere gli occhi e ignorare i fatti: ad Aleppo sono morte donne e bambini (video), a Duma (Damasco) dei bambini sono stati straziati dai bombardamenti (video), a Binnish (Idlib) dei bambini sono stati feriti dalle bombe a frammentazione (video), nella Ghuta (Damasco) dopo l’attacco con il gas i bambini boccheggiano come pesci fuor d’acqua (video 123).

Civili e bambini sono le vittime maggiormente colpite a Talbise (Homs), a Qabun (Damasco), a Daraa; anche il recente bombardamento con barili bomba di un campo di sfollati ad Abdin (Idlib) che ha ucciso 70 civili è un atto volontario non un effetto collaterale (video 12).

Quotidianamente vengono estratti dalle macerie delle case dei bambini (video 12) come ad Aleppo, oppure vengono colpite aree dove i bambini giocavano come a Deir Assafer, o a Hassake.

Tamman-Azzam-My-Last-GiftNessun altro conflitto ha visto un così alto numero di bambini (video 123) e civili (video 12) presi di mira, feriti o uccisi dai colpi dei cecchini dell’esercito siriano: la loro colpa è quella di trovarsi dalla parte sbagliata del conflitto non avendo sostenuto il regime.

Questo video che mostra dei bambini di 4-5 anni che scappano mentre un cecchino del regime tenta di colpirli è emblematico: non si tratta di vittime collaterali del conflitto, ma di omicidi mirati.

Possiamo parlare di vittime collaterali o di atto voluto?

Qualcuno pensa che questi siano terroristi o esista una logica di guerra per cui due bambini debbano venire uccisi volontariamente da un cecchino di un esercito nazionale? Quale altra logica esiste se non quella di considerare terrorista tutta la popolazione non più residente nei territori controllati dal regime?

Secondo il geo-politologo l’esercito siriano è impegnato in una lotta contro i ribelli e i fondamentalisti, in un conflitto sono inevitabili quindi le vittime civili e i danni collaterali. In fondo sono i ribelli a nascondersi tra le case, come fare per ucciderli se non colpendo anche la casa e i suoi occupanti? Seguendo questa logica tutta la popolazione che si trova in zone non controllate da Asad merita di morire, o perlomeno la loro morte è un atto secondario di un tentativo di riconquista.

Un concetto questo molto pericoloso, che lascerei alla logica dei regimi. Se il nostro pensiero “occidentale” sdogana questo crimine “in funzione di”, possiamo stracciare la carta dei diritti dell’uomo.

Però vorrei che il geo-politologo facesse queste considerazioni dopo aver visto tutti questi video, dal primo all’ultimo minuto, dopo aver sentito le grida di dolore delle madri e aver visto le teste squarciate dei bambini o le loro convulsioni. È troppo facile giocare a fare geopolitica giocando a Risiko sulle vite degli altri.

Con la repressione del 2011 Asad ha rotto il patto con il suo popolo. Una famiglia che si è ritrovata un figlio ucciso, un marito che ha avuto la moglie violentata dai servizi segreti, o i bambini uccisi, ha smesso di riconoscere come tale il presidente siriano. Da quel momento per loro è diventato un criminale.

Asad potrà anche riconquistare i territori persi, ma non potrà mai riconquistare quelle persone. Legittimare nuovamente il presidente siriano per paura dell’Is, vuol dire rimandare il problema. La domanda retorica “è meglio lo Stato islamico o Asad” è mal posta. Si tratta di due facce della stessa medaglia, che si sono alimentate e legittimate vicendevolmente.

(continua…)

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Le donne russe

Da «Le russe» di Corrado Alvaro, apparso su Omnibus il 16 ottobre 1937.

“Nella sua forma più naturale e comune, la donna significa molto al cuore d’ un russo. Rappresenta la tradizione locale, etnica e terrestre della Russia, le abitudini, i riti, la mentalità, gli usi. Partecipa fisicamente del suo paese. Il paese è vasto, uniforme, e questa uniformità è il suo mistero; le stagioni temperate lo sorprendono senza che una riesca a terminare il suo ciclo: la primavera è tarda, improvvisa e breve; l’ estate asfissiante e termina una sera di agosto in un diluvio di pioggia gelida; in tali stagioni in Russia accadono tutte le più enormi sciocchezze della vita. Presto, tutto ricade nella imprecisione, nei giorni brevissimi, nell’ indistinto. I pochi giorni dell’ estate hanno portato temperature estreme, d’ un caldo immobile e stagnante. L’ inverno le finestre inchiodate e sigillate. La donna russa è vicinissima alle stagioni e al clima della sua terra. Imprecisa come questa, come questa sfocata, con qualcosa di errante come i suoi fiumi e l’ infinito ondeggiare della pianura, è incapace di una completa espansione e, prima che nella sua natura fisica, è donna nella fantasia e nella ragione. Improvvisamente capace di bontà, ha una qualità evangelica come se fosse stata convertita appena ieri al cristianesimo: può essere la compagna dell’ uomo fino al calvario. Partecipa dei sogni dell’ uomo, dei suoi ideali e vi tien fede fino all’ ultimo; lo difende come una lupa, ed è difficile che un altro uomo non del suo stesso linguaggio attecchisca al suo fianco… “

Da quiarchiviostorico.corriere.it

 

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Siria, un popolo cancellato.

Asad padre è riuscito negli anni a “cancellare” il popolo siriano facendo in modo che il mondo lo vedesse come mediatore geopolitico regionale, e non come leader che soffocava la sua società e il suo popolo. Intervista al politologo libanese Ziad Majed.

di Antoine Ajoury*, tratto da Osservatorio Iraq 

22 novembre 2014 – “Perché tanta esitazione quando si tratta del conflitto siriano?”, si chiede giustamente Ziad Majed, politologo libanese e professore di Studi mediorientali presso l’Università Americana di Parigi. Governi, organizzazioni internazionali, partiti politici, intellettuali e media … tutti, di fronte alla rivoluzione contro il regime di Bashar al-Asad, si sono “lavati le mani come Ponzio Pilato”.

Tutti “continuano a fornire giustificazioni e scuse per non aiutare i siriani a voltare pagina dalla tirannia”, aggiunge l’autore di Siria, la rivoluzione orfana (“Syrie, la révolution orpheline”, éd. Sindbad/ActesSud, L’Orient des livres, 2014) suo ultimo libro.

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I pretesti sono tanti: “complotto ordito dagli imperialisti”, “regime e opposizioni che in termini di violenza e di barbarie si equivalgono”, “minaccia jihadista”. In sostanza, eventi “complicati” che si svolgono in un paese “complicato”.

Nel suo nuovo libro, Ziad Majed riesce brillantemente ad illuminare il lettore su un conflitto in corso da tre anni, guardando indietro, alle cause, alle problematiche e alle sfide della rivoluzione siriana, da un punto di vista storico, socio-economico e geopolitico.
Il testo è ricco di note, riferimenti e fonti che fanno di questo studio un esauriente compendio della rivoluzione siriana.

“L’idea del libro è di mostrare che la situazione in Siria non è così complicata come la gente pensa. Si può capire”, afferma l’autore.

In occasione della sua presenza alla Fiera del Libro francofono di Beirut per firmare il suo nuovo lavoro, Ziad Majed ha concesso a L’Orient-Le Jour, un’intervista.

C’è un filo conduttore che attraversa il libro, che formulerei così: “l’indifferenza” nei confronti del popolo siriano. Come si spiega questo fenomeno?

E’ esattamente così. Se ora ci chiedessimo perché il popolo siriano non suscita tanta simpatia e solidarietà anche dal punto di vista umano e umanitario, credo sia più che altro perché Hafez Asad (il padre di Bashar, ndt) è riuscito a far passare in secondo piano le persone, il popolo stesso.

La Siria si è trasformata sotto il suo regno in uno Stato in cui il popolo non esiste, ma che tuttavia è in grado di intervenire in Libano, di parlare della causa palestinese, di fare da mediatore tra il paesi arabi del Golfo e l’Iran, e così via.

In questo modo, il regime di Asad, è riuscito a cancellare il popolo siriano; giocando un ruolo geostrategico e facendo sì che tutto il mondo si rivolgesse a lui quale mediatore delle varie crisi regionali, e non in quanto leader di un paese e di un popolo, di una società siriana che ha soffocato e di cui ha ridotto il campo politico attaccando la sinistra e gli islamisti.

Ha trasformato la Siria in un paese di individui che vivono in solitudine, che non comunicano più e dove la fiducia non esiste. Oggi siamo ancora allo stesso punto, tanti politici e analisti si chiedono cosa vogliono gli americani, i russi, gli iraniani, i sauditi, e ancora una volta ci si dimentica che ci sono milioni di siriani dentro il paese che dal marzo 2011 tentano di alzare la testa.

Quali pensa che siano le responsabilità dell’Occidente per ciò che sta accadendo in Siria?

Bisogna fare una distinzione tra gli Stati Uniti e l’Europa. Data la vicinanza geografica e la storia del Mediterraneo, gli europei conoscono un po’meglio la Siria. Tuttavia, l’opinione pubblica ha un problema con i propri dirigenti. Tende a non credergli. Pensa ancora che ci siano giochi nascosti, problemi di corruzione, interessi segreti.

Ci ritroviamo così un pubblico attratto molto di più dalle teorie del complotto che dalla volontà di un popolo oppresso di sbarazzarsi di un dittatore.

Per quanto riguarda i governi, gli europei sono divisi, francesi e britannici sono più progressisti rispetto alla questione siriana, mentre tedeschi, svedesi e austriaci sono riluttanti. E la posizione degli Stati Uniti non li ha aiutati a spingere verso una direzione. Gli Stati Uniti sono stati molto titubanti sin dall’inizio: il presidente Obama, che aveva promesso di ritirarsi dal Medio Oriente, non voleva tornarci. Sapendo che i pessimi risultati dell’esperienza irachena e libica hanno pesato anche sulla Siria.

In sostanza, gli occidentali hanno lasciato marcire la situazione, mentre nel 2011 in molti dicevano che il conflitto si sarebbe trasformato in un incubo se non ci fosse stato alcun intervento straniero, intervento che non doveva essere necessariamente militare all’inizio. L’Occidente è in parte responsabile di questo decadimento, non come parte delle teorie del complotto ma per la sua inazione.

Pensa ci sia un collegamento tra il regime siriano e i jihadisti?

Sì, ma questo link non spiega da solo il fenomeno dell’Isis, che è molto più complicato del lavoro dei servizi segreti siriani e degli altri servizi segreti.

All’epoca di Hafez al-Asad, quest’ultimo ha permesso al salafismo quietista estremamente conservatore di svilupparsi in Siria contro l’Islam politico dei Fratelli Musulmani che combatteva. E dal 2003, il regime ha abilmente manipolato l’altra forma di salafismo jihadista permettendogli di passare attraverso la Siria per andare a creare il caos in Iraq e mettere in difficoltà gli americani.

All’inizio della rivoluzione siriana, sono stati liberati degli islamisti che hanno aderito a Jabat al-Nusra o al Fronte Islamico. Non sto dicendo che questi elementi sono stati manipolati dal regime. Assolutamente. Ma Asad sapeva quello che stava facendo. Conoscendo la loro capacità di mobilitazione, era consapevole che sarebbero immediatamente entrati in concorrenza con l’opposizione laica. Voleva anche dire: guardate cosa mi trovo di fronte.

Poi c’è stato l’overflow iracheno. Non dobbiamo inoltre dimenticare che si è verificato un fenomeno di radicalizzazione nelle aree ferocemente bombardate.

Ma alla fine, tutto quello che il regime ha predetto si è avverato: il caos, il terrorismo, la persecuzione delle minoranze …

Se viene avviato un meccanismo di violenza e di barbarie in un paese, non è né stupefacente né sorprendente dopo tre anni vedere l’emergere di un fenomeno come l’Isis. Se si lascia un regime massacrare la sua popolazione impunemente, si può finire in una situazione di simile caos. Il caos è effettivamente iniziato presto con lo slogan: “O Asad o bruciamo il paese”. Hanno bruciato il paese per mantenere Asad al potere.

D’altra parte, l’Iran, le milizie sciite in Iraq e Hezbollah hanno provocato anche in gran parte della Siria e in Iraq una reazione violenta in quella componente sunnita della popolazione che si sentiva umiliata, soprattutto a causa del linguaggio aggressivo sciita.

Penso che l’Isis non sia un fatto inevitabile. Si tratta di un fenomeno che è stato costruito e al quale è stato permesso di fiorire. E la barbarie di questi jihadisti non può essere spiegata con gli argomenti del regime, ma con quello che non abbiamo fatto per evitare a questa situazione di degenerare e andare in questa direzione.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che anche gli uomini di Asad hanno sgozzato le persone, hanno usato i coltelli allo stesso modo dell’Isis. Ci sono centinaia di morti per tortura, ci sono 11mila cadaveri, fotografati dal famoso “Cesar”, deceduti sotto tortura, o di fame, o di malattia nelle carceri del regime.

Parliamo infine del fallimento dell’opposizione siriana nell’affermarsi…

Dipende da quattro fattori a mio parere. In primo luogo, la maggior parte degli oppositori siriani non aveva alcuna esperienza politica. Hanno scoperto la politica nel ruolo di leader. Questo non fornisce loro alcuna scusante dopo tre anni. Poi ci sono differenze sostanziali tra i Fratelli Musulmani (ben organizzati), personalità di sinistra (mal organizzate), gli oppositori della diaspora e quelli che vivono in Siria.

Il terzo fattore è la mancanza di supporto esterno alla rivoluzione, soprattutto nella sua prima fase. L’ultimo fattore è il conflitto di interessi e il regolamento di conti tra i diversi attori regionali. Infine, vorrei dire che tra i 200mila morti, le migliaia di prigionieri, i milioni di sfollati e rifugiati, gli uccisi, gli imprigionati, chi è scomparso e chi è finito in clandestinità c’era un potenziale umano impressionante: avrebbero potuto essere leader di grande valore.

*Questo articolo è stato pubblicato su L’Orient Le Jour . La versione originale è disponibile qui. La traduzione è a cura di Paola Robino Rizet.

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“È meglio lo Stato islamico o Asad?” 1/3

153322_600(di Alberto Savioli – da SiriaLibano). La domanda che spesso viene posta a chi continua a denunciare i crimini di Asad è: “È meglio lo Stato islamico o Asad?”. È una domanda retorica di facile soluzione. Questo pezzo (il primo di tre) vuole dare risposta alle questioni poste anche da chi sostiene Asad. Non sono presentate solo opinioni, ma fatti documentati accaduti negli ultimi quattro anni. Vuole essere un ampio dizionario di testimonianze video delle atrocità siriane.

Leggete pure a puntate questo lungo pezzo: prendetevi il vostro tempo. Ma guardate i video. Alla fine vi sarà impossibile riproporre la domanda: “Meglio lo Stato islamico o Asad?”.

Dallo scoppio della primavera araba in Siria e dalle prime manifestazioni di protesta ne è passata di acqua sotto i ponti. Ora l’attualità parla solo di Stato islamico e su tutto il resto è stato steso un velo di silenzio.

Il geo-politologo esperto di tutti i conflitti che è possibile incontrare alle conferenze o sui blog in Internet, quando non è travestito da giornalista fazioso, è infastidito e considera inutile parlare adesso delle proteste di piazza del 2011, degli attivisti arrestati e delle torture. Ripete una sola domanda retorica: “Ma è meglio lo Stato islamico (Is) o Asad?”.

Solo un folle potrebbe rispondere: “È meglio lo Stato islamico”.

Ma la visione manichea buono-cattivo, brutto-bello, noi-loro, la lascio a chi della cattiva conoscenza fa la sua arma, a chi attraverso la semplificazione o il qualunquismo e con la teoria sempre pronta del complotto globale, risolve problemi e situazioni difficili da capire, che necessitano di approfondimento e comprensione, tutte cose faticose.

picture-2Le proteste pacifiche del 2011: verità o menzogna?

Torniamo per un attimo a quelle proteste di piazza del 2011 e 2012.

Quelle proteste per qualcuno non ci sono mai state, “un complotto esterno”, “esagerate dalle tv pan-arabe come Al Jazeera”, “tra loro vi erano infiltrati armati”, oppure secondo altri “nessuno avrebbe sparato sulla folla, ma anzi qualche facinoroso ha cominciato a colpire l’Esercito siriano”.

Ho affermato di non essere manicheo, quindi è possibile dire che degli infiltrati possano esserci stati. Che anche l’Esercito possa essere stato colpito, che le tv pan-arabe abbiano esagerato a volte i numeri dei manifestanti, senza nulla togliere al gran movimento di protesta pacifico che forse nessuna rivoluzione ha mai visto. Un movimento della società civile talmente grande da rendere incredibile il silenzio di chi non l’ha sostenuto e la malafede o l’ignoranza di chi lo nega.

Di quelle proteste non metterò video: il geo-politologo da salotto è prontoa dirmi “li hai scelti ad hoc”. Voglio inondare voi e quel geo-politologo di ciò che secondo qualcuno, non è mai stato. Alcuni video sono molto forti, capisco se qualcuno non se la sentirà di guardarli, ma il geo-politologo da salotto o il supporter di Asad li devono guardare tutti dal primo all’ultimo minuto, altrimenti non accetterò di rispondere alla loro domanda retorica: “Meglio lo Stato islamico o Asad?”.

Tra il marzo 2011 e il corso del 2012, quando non esisteva ancora il Califfato, l’Isis, i salafiti o il grande numero di jihadisti stranieri che stanno convincendo il mondo a riabilitare il presidente siriano Bashar al Asad, la gente manifestava chiedendo riforme, maggiore libertà, e poi, dopo la reazione violenta del regime, la caduta di Asad (video 123).

Si riversarono nelle strade fiumi di persone a Hama. In questa città nel luglio 2011 la gente manifestava con la bandiera nazionale siriana prima dell’adozione della bandiera della rivoluzione dal colore verde-bianco-nero (video 12). A Homs nell’aprile 2011 nel quartiere di Khaldiya (agosto 2011) dicevano: “Chiediamo l’intervento della comunità internazionale per proteggere il popolo siriano dal genocidio”.

Quasi tutte le città siriane ebbero le loro manifestazioni di piazza, a Daraya (Damasco) nel dicembre 2012, un corteo di studentesse gridava in coro: “Hafez al Asad è il cane delle nazioni arabe”, a Homs un’altra manifestazione femminile protestava pacificamente.

Anche i curdi di Kobane, divenuti ora il baluardo contro lo Stato islamico e gli eroi di anti-imperialisti e sostenitori del regime, nel febbraio 2012 manifestavano contro Asad e nessuno li ascoltava (video 12). In queste manifestazioni sventolava anche anche la bandiera dei cristiani assiri (video al min. 0.18), per cui molti ora si preoccupano chiedendo: “Se cadesse Asad cosa sarebbe delle minoranze?”. A Qamishli, nel febbraio 2012, sventolavano assieme la bandiera della rivoluzione, quella dei curdi siriani e la bandiera dei cristiani assiri.

Per i curdi allora, uniti agli arabi nella protesta contro Asad, nessuno manifestava e nessun geo-politologo da salotto chiedeva interventi della coalizione. Lo Stato islamico non esisteva ancora!

Le prime manifestazioniTamman-Azzam-Twitter-Breaking-News: complotto globale o dura repressione?

In quella fase storica della rivoluzione il geo-politologo era silente, anche di fronte alle uccisioni quotidiane e agli spari sulla folla disarmata da parte delle milizie e degli shabbiha del presidente. A Homs (video al min. 4.30, aprile 2012), una folla seduta a terra fu oggetto di colpi da arma da fuoco da parte delle milizie governative.

Questi fatti erano la prassi in molte città (1234): ad al Sanamin nel marzo 2011, a Daraa nell’aprile 2011 – un uomo a terra ferito si chiede “Perché?… era pacifica (la manifestazione), pacifica”, ad Abu Kamal nel maggio 2011, a Hama nel giugno 2011 (video 12), come a Idlib nell’agosto 2011, o a Daraya nel febbraio 2012.

Al cantore di quelle proteste di piazza nella città di Hama, Ibrahim Qashush, che coniò lo slogan “Bashar vattene, hai perso la tua legittimità”, le forze di sicurezza tagliarono la gola e strapparono le corde vocali. Al disegnatore satirico Ali Ferzat spezzarono le mani (123). Al pianista dissidente Malik Jandali picchiarono brutalmente gli anziani genitori (123).

Al pari di questi noti “personaggi”, il regime trattò anche comuni cittadini disarmati e manifestanti che vennero arrestati, picchiati (video 1234567), torturati (video 1234) o uccisi dai soldati del regime (uso il termine “soldati del regime” perché queste operazioni non venivano affidate ai soldati siriani di leva, spesso confinati nelle caserme per paura che disertassero).

Nemmeno alle donne venne risparmiato questo trattamento: furono arrestate (video 12), torturate e violentate in carcere o nelle loro case da miliziani del regime (video 12), come denunciava anche l’organizzazione internazionale per i diritti umani, Human Rights Watch (12).

Qualche rappresentante della comunità siriana in Italia, sostenitore di Asad, arrivò allora a dire che la parola shabbiha (12)usata per definire dei gruppi paramilitari fedeli ad Asad (quasi tutti i suoi membri hanno l’immagine del presidente siriano tatuata sul bicipite: 12345), era un neologismo coniato dall’occidente: loro gli shabbiha non li avevano mai sentiti nominare. Nello stesso momento in Siria i soldati governativi cantavano un inno al presidente, definendosi shabbiha, di fronte a un uomo “crocifisso” su un carro armato.

Tutti questi video non sono uno stucchevole amarcord, ma servono a mettere i puntini sulle “I”, se si omette un particolare fondamentale non solo non si è obiettivi nella ricostruzione dei fatti, ma questi non sono comprensibili nella loro complessità.

153543_600Il fondamentalismo. Di chi è la responsabilità?

Qualcuno dice: “Noi lo sapevamo, senza il dittatore laico il Paese sarebbe sprofondato nel caos”.

È aver lasciato un popolo disarmato al giornaliero massacro del regime ad aver causato tutto questo.

Fin dal maggio 2011 il regime parlava di terroristi: i manifestanti disarmati erano terroristi, gli attivisti erano terroristi, così come i giornalisti che denunciavano quanto avveniva. Il 16 febbraio 2012 veniva arrestato a Damasco assieme al suo staff Mazen Darwish, direttore del Centro siriano per i media e la libertà di espressione. L’accusa era di “aver pubblicizzato atti terroristici”. Chi si è opposto anche pacificamente al regime siriano è stato accusato di terrorismo, opporsi a un regime in una dittatura è atto di terrorismo.

Secondo Human Rights Watch (Hrw), l’organizzazione internazionale basata a New York e la cui legittimità è riconosciuta dallo stesso presidente siriano Bashar al Asad (in un’intervista alla tv russa nel 2012 ha citato come autorevoli dei reports di Hrw), il tribunale speciale utilizza le disposizioni della legge antiterrorismo per condannare gli attivisti pacifici con l’accusa di favoreggiamento al terrorismo. Le accuse contro gli attivisti fanno riferimento formalmente ad “atti di terrorismo”, ma di fatto vengono applicate a una sorta di “reati” che nulla hanno di terroristico, come distribuzione di aiuti nelle zone liberate, partecipazione alle proteste e documentazione delle violazioni dei diritti umani.

L’immobilismo americano e occidentale non ha riempito il vuoto creatosi in alcuni territori persi dal regime, in quelle aree conquistate inizialmente dall’Esercito libero siriano (Esl). Il sostegno a quello che era principalmente un esercito a-confessionale è stato blando, il sostegno anche morale alla società civile che resisteva, agli attivisti e agli organismi di denuncia delle violazioni è stato nullo.

Allora, il geo-politologo nostrano dormiva, quando non sosteneva esplicitamente Asad.

Quel vuoto tuttavia è stato riempito velocemente grazie agli ingenti finanziamenti dei sostenitori privati dei Paesi del Golfo, che hanno fatto la loro scelta, i loro cavalli vincenti non erano i pacifisti e gli attivisti, nemmeno alcune brigate laiche dell’Esl, ma salafiti e jihadisti pronti a imporre in Siria un Islam di stampo wahhabita o estremista.

Alcune premesse si erano già avute durante l’assedio di Baba Amr, a Homs (gennaio-febbraio 2012). Nel suo “Taccuino siriano” Jonathan Littell riporta un discorso con un combattente, racconta Muhannad: “Ci sono dei morti tutti i giorni. La posizione della Lega araba è debole, la posizione internazionale è debole, quindi tra noi prende piede l’idea del jihad… Vogliamo che tutti i combattenti del mondo arabo vengano a combattere con noi… Se si passa al jihad, si passa alla fase della rivoluzione militarizzata”.

Ma un altro combattente replicava: “No, se lo si fa, si passa a una guerra generalizzata”.

Scrivevo allora che il massacro continuo dei siriani e il mancato appoggio alla società civile non violenta, avrebbe causato una confessionalizzazione del conflitto e un maggiore rischio in futuro per le minoranze.

                                                                                                                                                                                    (continua…)

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“Mai più muri!” E questo?

Tutti a urlare “Mai più muri!” in questi giorni. E a sinistra a dire che la fine del Muro di Berlino ha dato il via al capitalismo selvaggio, e oggi celebrano l’anniversario mettendo in guardia dal libero mercato.

Evidentemente si sono dimenticati di questo Muro:

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Già Obama, 6 anni fa, nel suo tour in Europa per sponsorizzare la sua candidatura a Presidente aveva avuto la sfrontatezza di andare in Israele, proclamare Gerusalemme capitale unica dello stato ebraico, non dire una sola parola sul Muro dell’Apartheid (Barriera di Separazione, la chiama Israele), e poi volare a Berlino per dire: “Mai più muri!”.

Ora pare che il memoricidio del Muro dell’Apartheid sia definitivamente compiuto. Lo metteremo in archivio insieme a quello della Nakba palestinese.

Lorenzo Galbiati

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Il volto dell’Uomo

La notte tra il 30 e il 31 dicembre 1935, Antoine de Saint-Exupery precipita nel deserto libico con il suo aereo F-ANRY (a bordo lui e il suo meccanico) mentre tenta di battere il record Parigi-Saigon. Ferito, rimarrà per giorni al confine tra la vita e la morte per la mancanza di acqua. Finché… “Un altro arabo appare, di profilo, sulla duna. Noi urliamo, ma pianissimo. Allora agitiamo le braccia, con l’impressione di riempire il cielo intero di immensi segnali. Ma quel beduino non fa che guardare a destra… Ed ecco che, senza fretta, ha abbozzato un quarto di giro. Nell’attimo stesso in cui guarderà nella nostra direzione, avrà già cancellato in noi la sete, la morte e i miraggi. Ha abbozzato un quarto di giro che già cambia il mondo. Con un semplice movimento del busto, col semplice atto di far girare lo sguardo, egli crea la vita, e mi appare simile a un dio. E’ un miracolo. Cammina verso di noi sulla sabbia, come un dio sul mare… imagesAll’arabo è bastato guardarci. Ha premuto, con le mani, sulle nostre spalle e gli abbiamo obbedito. Ci siamo sdraiati. Qui non esistono più razze, né lingue, né divisioni… C’è questo nomade povero che ha posato sulle nostre spalle delle mani da arcangelo. Abbiamo atteso, con la fronte nella sabbia. E adesso beviamo, bocconi, con la testa nel catino, come vitelli. Il beduino se ne preoccupa e ci costringe continuamente a interromperci. Ma appena ci molla torniamo a tuffare l’intero viso nell’acqua. L’acqua! Non hai sapore, acqua, né colore, né aroma, non ti si può definire, ti si assapora senza conoscerti. Non sei necessaria alla vita: sei la vita stessa. […] Quanto a te che ci salvi, beduino di Libia, ti cancellerai tuttavia per sempre dalla mia memoria. Non ricorderò mai il tuo volto. Sei l’Uomo, e mi appari col volto di tutti gli uomini insieme. Non ci hai nemmeno guardati in faccia, e ci hai già riconosciuti. Sei il fratello beneamato. E, a mia volta, ti riconosco in tutti gli uomini. Mi appari illuminato di nobiltà e benevolenza, gran signore che hai il potere di dare da bere. In te, tutti i miei amici e i miei nemici camminano verso di me, e non ho più un solo nemico al mondo”. Da Terra degli uomini, di A. de Saint-Exupery.

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Bergoglio non basta a liberare la Chiesa cattolica

Sinodo famiglia, Mancuso sulla svolta di Francesco

Bergoglio mostra rispetto. E capisce che la Chiesa deve essere inclusiva. Ma per il teologo Mancuso su omosessuali e divorziati la rivoluzione è ancora lontana.

di , 19 Ottobre 2014

Le aperture, definite con ottimismo «rivoluzionarie», sono state poi molto smussate nella Relatio Synodi finale del 18 ottobre: nei circoli minori nei quali si è discusso il documento provvisorio, i vescovi hanno a dir poco frenato (con un’alzata di scudi di 470 emendamenti) la linea imposta dai progressisti e da alcuni fedelissimi, che papa Francesco aveva voluto come guide ed estensori del concilio sulla famiglia.
LA RELATIO DEL CAMBIAMENTO. La vulgata dei 191 padri che formano il sinodo non ha coinciso, insomma, con il contenuto delle relazioni diffuse inmedias res, da chi intendeva gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Sulle aperture a gay e separati è stata raggiunta la maggioranza, ma non il quorum dei due terzi. Ma è pur vero che, nella Santa Sede, è il papa che decide con un potere (volendo) assoluto. E «Francesco», spiega a Lettera43.it il teologo Vito Mancuso, ex allievo del segretario speciale del sinodo, il martiniano Bruno Forte, «vuole chiaramente queste aperture. La prima Relatiomostra, con assoluta evidenza, il desiderio di mutare prassi e, in parte, anche dottrina della Chiesa».
VERSO UNA CHIESA PIÙ REALE. «Benché Francesco non sia un progressista», precisa il teologo, «antepone l’accoglienza dell’umanità in cammino all’ideologismo dei dogmi». Come aveva sottolineato anche il gesuita Antonio Spadaro, «la Chiesa deve aprire gli occhi sulla realtà, se vuole tornare universale».
Un percorso comunque lungo secondo Mancuso: «Il papa ha dimostrato un bellissimo, grande senso di rispetto per gli omosessuali. Ma siamo ancora lontani dallo sciogliere il nodo di fondo sulla libertà sessuale, ammessa solo nel matrimonio indissolubile e tra uomo e donna».

  • Il teologo Vito Mancuso.

DOMANDA. Perché è utile anche per la Chiesa essere meno dura?
RISPOSTA.
«Cattolico», in greco, significa universale. Senza la grande operazione di misericordia che vuole Francesco, le persone si rivolgeranno ad altre religioni o appartenenze. E a perderci, alla fine, sarà la Chiesa.
D. Quindi un cattolicesimo che è marginale perde la sua essenza.
R.
Con l’oltranzismo, alla fine, si rifiuta il mandato originario evangelico di Gesù.
D. Fissandosi sulla dottrina è votato al fallimento?
R.
Il papa chiede un cambiamento abbastanza radicale perché, come disse il cardinale Carlo Maria Martini nell’ultima intervista prima di morire, la Chiesa è indietro di almeno 200 anni.
D. La società, almeno in Occidente, ha superato la Chiesa?
R. Non viviamo più in una società plasmata sui suoi valori, come nel Medioevo. Le persone scelgono secondo la propria coscienza. Se la Chiesa non si mostrerà disponibile all’ascolto, troveranno sostegno spirituale altrove. Un’occasione sprecata.
D. In che senso?
R.
In questi tempi c’è un grande bisogno d’ascolto e d’accoglienza. Le persone che hanno alle spalle percorsi irregolari, rispetto alla dottrina cattolica, cercano la Chiesa. Francesco ha intercettato questo grande bisogno, è pronto a una nuova evangelizzazione.
D. Perché non è progressista?
R.
Crede nel dialogo, ma la sua è una prospettiva evangelica tradizionale, dipietas popolare. Parla del diavolo, non ha, anche intellettualmente, il pensiero progressista di un cardinal Martini.
D. Bergoglio è realista, si muove con pragmatismo.
R.
Bisognerà vedere se riuscirà a imporre la sua visione inclusiva all’interno dell’episcopato mondiale. Se, insomma, da papa eserciterà una leadership effettiva, riformando in profondità la Chiesa.
D. La Relatio Synodi sarà discussa al sinodo ordinario del 2015. Quanto inciderà quello straordinario appena concluso sulla famiglia?
R.
Effettivamente si è lavorato. Ma è difficile dire se in futuro prevarrà il cambiamento sulla prassi e in parte anche sulla dottrina. Le posizioni e i racconti sul dibattito sono variati molto a seconda dei relatori e anche delle dichiarazioni individuali. Fino alla frenata finale.
D. La maggioranza dei vescovi è stata nominata dai pontefici conservatori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dopo le aperture della prima Relatio, sono volati gli stracci.
R.
Era prevedibile che il testo conclusivo venisse annacquato, che la maggioranza stoppasse i tentativi di riforma dello status quo.
D. Ma è davvero possibile cambiare la dottrina della Chiesa?
R.
Su questioni dottrinali di fondo come l’esercizio della sessualità non erano emersi progressi neanche nella Relatio post disceptationem.

D. Si affermava che gli omosessuali hanno «doti e qualità da offrire alla comunità cristiana» e, in alcuni casi, dimostrano «mutuo sostegno fino al sacrificio» verso i partner.
R.
Sì, ma l’apertura verso gli omosessuali c’era anche in passato, nella misura in cui i loro istinti sessuali venivano sublimati nell’amicizia o in altre forme di sostegno e comunione.
D. Ma è sparita la parola «peccato», la Chiesa non colpevolizza.
R. Se è per questo non si parla mai neanche di «malattia» ed è bellissima la frase del papa: «Chi sono io per giudicare». Mostra un grande rispetto verso gli omosessuali. Di certo un passo in avanti.
D. Però…
R.
Anche nell’ultimo sinodo si è ribadita la centralità dell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, che vincola l’atto sessuale alla procreazione. Tutte le altre pratiche erotiche restano eticamente illecite, dunque sono peccato.
D. Perché non si ha avuto il coraggio di dibattere su questo nodo di fondo?
R.
La reazione dei vescovi africani è stata durissima. Anche il cardinale Walter Kasper ha ammesso di trovarsi, obiettivamente, di fronte a divergenze di vedute tra il mondo occidentale e non occidentale. Su questo siamo ancora lontani.
D. È la secolare diatriba sul modernismo.
R.
Per me il percorso dell’Occidente è un’evoluzione, per altri una decadenza. Non tutte le società umane sono uguali, è un dato di fatto: credo nel cammino delle civiltà. Fino a 100 anni fa, ma anche meno, anche in Europa continuava a prevalere la cultura omofobica. Ora per fortuna non più.
D. Sulla comunione ai separati l’opposizione è quasi più forte che sui gay. Perché non si vuole un percorso di penitenza, la cosiddetta «dottrina della gradualità» di Kasper?
R.
Anche in questo caso, si vede minacciato il principio di indissolubilità del sacramento del matrimonio. È un’interpretazione dogmatica, eccessivamente statica che, a mio avviso, non sempre rende merito al percorso di un credente.
D. La Chiesa pecca nell’essere troppo rigida?
R.
Come ho scritto nell’ultimo libro sull’amore, nel matrimonio c’è un’idea di perfezione, di assolutezza intrinseca. Nello sposarsi, non dico in tutti ma in chi lo fa per amore, c’è un senso del per sempre. Altrimenti si conviverebbe.
D. Poi che succede?
R. Nella società occidentale di oggi, la famiglia rispettosa del magistero cattolico puro è minoritaria. Si sbaglia, i cammini divergono, talvolta vivere con il coniuge diventa una trappola.
D. Sono storie di fallimenti individuali.
R.
C’è chi nel suo percorso esistenziale non fa errori. Chi continua a farne e chi impara dagli sbagli. Conosco coppie che, alla seconda possibilità, hanno raggiunto la metà dell’indissolubilità.
D. Dottrinalmente, come si concilia l’ideale del per sempre con la realtà?
R.
Ammettere che l’indissolubilità dell’unione possa essere raggiunta anche gradualmente, con un percorso di penitenza, non significa negarne il valore indissolubile. Significa, per la Chiesa, assistere a un traguardo dal basso.

http://www.lettera43.it/cultura/sinodo-sulla-famiglia-mancuso-sulla-svolta-francesco_43675144650.htm

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