La scuola renziana

Giorgio Mascitelli

Con la pubblicazione del documento La buona scuola. Aiutiamo l’Italia a crescere Matteo Renzi e i suoi collaboratori hanno voluto rendere edotto il pubblico sui progetti e l’attività di riforma del governo nel comparto scolastico. Il documento ha carattere divulgativo, fin nell’impaginazione direi, e pertanto sorvola su parecchi dettagli tecnici limitandosi a enunciare obiettivi e a indicare in linea di massima le vie per realizzarli, con l’unica eccezione della carriera dei docenti trattata abbastanza diffusamente e in maniera cogente per l’amministrazione, oppure investe di una dimensione e di un colore progettuali provvedimenti già in vigore, come nel caso della valutazione del sistema scolastico. Proprio questa assenza di particolari, che poi solo apparentemente sono secondari visto che sono gli aspetti giuridici, regolamentari, organizzativi e finanziari che consentono di farsi un’idea precisa sul funzionamento del dispositivo, rende il testo un’interessante testimonianza di un’idea generale di scuola.

Chiaramente questo documento si presenta in continuità con la riforma Berlinguer e le altre che la hanno seguita e soppiantata e soprattutto con quelle raccomandate dall’Unione Europea e auspicate dall’OCSE, alla prima delle quali istituzioni le abbiamo promesse ( e si sa che ogni promessa è debito, specie se si hanno anche debiti di altro genere). L’enfasi posta sulla centralità dell’inglese e dell’informatica, sull’alternanza scuola lavoro, sull’autonomia degli istituti, sulla loro valutazione, sull’organico funzionale, sullo sviluppo delle competenze anziché dei saperi, sull’introduzione di differenze salariali, non basate sull’anzianità per i docenti di fatto è stata il comun denominatore del discorso sulla scuola in questi anni. È tuttavia analizzando un paio di particolari stilistici del testo renziano, che si può cogliere il quadro ideologico ispiratore.

Non alludo certo alla selva di anglismi presenti nel testo che fanno parte di un folcloremanagerialminesteriale di pertinenza più che altro degli antropologi culturali, anche se l’annuncio conclusivo che non si terranno convegni per dibattere del progetto ma solocodesign jams, barcamp or worldcafé, è un evidente adescamento della Musa del sarcasmo che si cela in ciascuno di noi. È di maggior interesse, invece, ciò che è stato notato da molti ossia che questo insieme di provvedimenti non viene più chiamato riforma ma patto. In questo caso gli estensori del documento hanno lavorato con saggezza e aderenza ai principi della piena comunicatività del nostro tempo: hanno compreso che il termine riforma è ormai talmente usurato che, persa la sua connotazione positiva, ne ha ormai soltanto una negativa, che richiama la negazione di diritti e di risorse. L’abbandono del termine riforma è significativo anche per un altro aspetto: questa parola infatti implica una sfumatura di definitività o quanto meno di stabilità. L’adozione di una riforma comporta inevitabilmente che il campo oggetto della stessa funzioni per un lasso di tempo, quanto meno pluridecennale, sulla base delle nuove regole.

Per la scuola invece è previsto, come del resto è successo negli ultimi venti anni, una sorta di cambiamento permanente che serva a giustificare una mobilitazione totale in vista dell’adeguamento alle sempre nuove esigenze economiche, organizzative, ideologiche. In particolare queste ultime sono di particolare rilievo: man mano che la crisi perdura, la disoccupazione cresce e le disuguaglianze sociali aumentano, l’inadeguatezza della scuola è e sarà sempre più indicata come responsabile principale di questi fenomeni per non mettere in discussione le politiche neoliberiste.

Ecco dunque che parlare di riforma in una scuola in perpetuo movimento, o meglio mobilitazione, avrebbe un effetto involontariamente demistificante, richiamando un orizzonte di tempo dotato di senso. Viceversa il termine patto non solo è meno impegnativo da questo punto di vista, ma è più simpatico perché questa parola è già presente nel linguaggio scolastico, richiama una dimensione contrattuale, libera e paritaria, e non ricorda invece qualcosa di riconducibile a scelte politiche.

Un altro elemento di grande interesse è che la possibilità per le scuole di scegliere i propri docenti non sulla base delle graduatorie venga definita “la possibilità di schierare la squadracon cui giocare la partita dell’istruzione”. Si tratta di una metafora sportiva, che ha già conosciuto nel nostro paese e non solo in esso un grande successo, anche se finora era stata usata perlopiù per le competizioni elettorali o le trattative politiche. Questa metafora chiarisce che l’istruzione è una competizione e quindi bisogna vincerla. Pertanto tutti coloro che sono della partita sono tenuti a comportamenti esemplarmente agonistici perché va da sé che una squadra vince solo se è compatta e determinata (e naturalmente manda in panchina chi gioca male). La metafora sportiva non è qui un’ingenuità o una superfetazione retorica, ma ribadisce l’unica dimensione pedagogica significativa per le classi dirigenti del neoliberismo: quella dell’educazione alla competitività. Siccome l’homo economicus avido, libero e intraprendente non è una specie così diffusa in natura, ecco che tocca all’istruzione produrlo creando un ambiente naturalmente competitivo.

Naturalmente nel documento sono presenti obiettivi educativi relativi all’inclusione e non mancano citazioni di Montessori o don Milani, nel giusto spirito ecumenico che ci ricorda che siamo tutti, da Che Guevara a Madre Teresa, parte della famiglia umana e così via. Il documento però resta una testimonianza paradigmatica dell’ideologia neoliberista, ma sarebbe sbagliato vedere in ciò un salto di qualità renziano. Al contrario nella scuola il grande rottamatore è semplicemente il grande prosecutore delle politiche dei governi di centrodestra e centrosinistra che lo hanno preceduto.

http://www.alfabeta2.it/2014/10/13/genealogia-buona-scuola/

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