Donne di Palestina

Non ci sono più parole, non ci sono più lacrime. Le abbiamo dette tutte, le ho piante tutte. La mia terra è rossa di sangue e io ho solo voglia di gridare BASTA. Ho solo voglia di tornare a casa.
Ieri nell’inferno di Gaza è nato un bambino, in una chiesa cristiana. Strana coincidenza.
Allora mi è venuto da pensare alle donne che ho conusciuto in Palestina, e, brevemente, ve le voglio presentare. Donne forti, donne che lavorano e studiano. Con il velo o senza. Figlie di un Islam sentito profondamente dentro i loro cuori, in cui la donna, al contrario di quello che si pensa da noi, non è seconda all’uomo, ma riveste con esso un ruolo necessario e complementare nella società. Donne rispettate dai membri della loro famiglia perchè amorevoli ed autorevoli.
Queste sono le loro storie. Il mio grazie va:

Alla signora Fatima, 85 anni, contadina. Fatima è una profuga di Lachish. Racconta che nel 1948 gli “Yahudi” arrivarono e spararono fino a ricacciare tutti il più ad est possibile. A Lachish la famiglia di Fatima aveva terreni e frutteti. Lei e suo marito li hanno ricostruiti nelle campagne di el-Qom. Hanno fatto 11 figli, li hanno fatti studiare e diventare adulti.

Alla signora Amal, 55 anni, di Gerusalemme, vedova da pochi anni. Profondamente credente nella corrente Sufi dell’Islam. Amal prega cinque volte al giorno ma non impone nulla neanche alle sue figlie, che non hanno il velo, a al suo figlio maschio, che non si sposa. Amal è la mia mamma palestinese, è bellissima e dai suoi occhi filtra una saggezza antica. Non giudica mai, parla di amore e rispetto reciproco davanti ad un caffè.

A Nadia, 40 anni, che fa l’insegnante ed ha 4 figli bellissimi. Lei insegna storia dell’arte e cucina il mansaf più buono del mondo. E’ una donna alta e dal viso dolce. E’ innamoratissima di suo marito, da tutta la vita. I sui figli le obbediscono senza che neanche debba finire la frase.

A Miriam, 26 anni, ebrea russa trasferita in Israele, che in questi giorni prova tutta la disillusione del mondo: ha aperto gli occhi e ha guardato quello che Israele è davvero. E i suoi occhi piangono.

A Nour, 24 aani e alle altre donne della sua famiglia che, senza conoscermi, un giorno lontano nelle campagne di Dothan, mi hanno offerto il pranzo. Ah, dimenticavo, Nour studia medicina e si specializzerà in pediatria.

A Jumana e Layla, 21 anni, future archeologhe, che ho incontrato ad un congresso a Parigi. Orgogliose del loro retaggio, hanno discusso la loro presentazione vestite con la Thobe ricamata: erano bellssime.

A Jasmina, 21 anni, araba-israeliana, futura archeologa, con cui ho avuto l’onore di scavare. Corretta, leale e orgogliosa. La donna che vorrei avere accanto su uno scavo.

Ad Aicha, 14 anni, che sta crescendo a Gerusalemme. Il suo sorriso ti entra nel cuore. So che diventerà una donna stupenda e assennata.

A Zahira, 12 anni, che conosce le grotte e i resti archeologici del suo villaggio come le sue tasche. Lei mi ha raccontato della sua musica preferita e dei suoi vestiti e di tutte quelle piccole cose che per le ragazzine sono il mondo.

Alla più grande di tutte, chiamatela Astarte o Maria, se preferite. Lei è in Palestina dalla notte dei tempi, lei è la parte femminile della divinità.

Donne di Palestina, donne orgogliose e allo stesso tempo umili. Donne con un cuore grande.Donne che conducono una vita giusta e normale, per quanto possibile. Donne che oppongono la normalità all’assurdità dell’odio. Fino a che ci saranno loro ci sarà la Palestina: un bambino è nato sotto i bombardamenti. Certe volte la vita è la più grande forma di resistenza, la vita non la spengono le bombe, non in Palestina, dove dicono che il Paradiso sia ai piedi di tua madre.

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