“Syria Speaks”, l’arte come resistenza

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Non conto più le foto dei martiri, ma vedrò i volti di ciascuno di essi
quando andrò nel loro mondo un giorno.
Scorreranno davanti a me come il film della vita in una nazione
che somigliava al paradiso e ormai sembra l’inferno.
Ali Safar[1]

(di Caterina Pinto, per Arab media Report). Oltre tre anni sono trascorsi dall’inizio della rivoluzione in Siria nel marzo 2011. Con il passare del tempo e nell’indifferenza colpevole della comunità internazionale, le azioni degli attivisti pacifici, i cortei, gli scioperi, i sit-in nelle piazze cittadine sono stati oscurati dai carri armati, dai bombardamenti e dagli spari dei cecchini.

Come un’ombra nera, la violenza si è lentamente impadronita del Paese: molti nomi dell’attivismo non violento sono scomparsi nelle carceri del regime da cui non hanno mai fatto ritorno, alcuni – dopo lunghi mesi di repressione e l’arrivo in Siria di mercenari combattenti per l’una o per l’altra parte – hanno imbracciato essi stessi le armi, altri hanno smesso di riconoscersi nella rivoluzione e molti altri ancora sono stati costretti a fuggire dal Paese.

Eppure ancora oggi tanti siriani continuano a opporsi alla polarizzazione propagandata dal regime, secondo cui la realtà sul terreno si riduce alla dualità: Asad o i fondamentalisti armati. Ancora oggi tanti siriani continuano a voler esprimere il proprio punto di vista e a combattere ogni forma di violenza. “Ma invece di un nemico, adesso ne fronteggiano tanti[2]” – scrive Malu Halasa, uno dei curatori di Syria Speaks, un volume appena pubblicato che raccoglie i lavori di oltre cinquanta tra artisti, scrittori e gente comune, alcuni ormai fuggiti all’estero, altri ancora rimasti all’interno della Siria.

Quasi a voler prevenire eventuali critiche sull’utilità e sul ruolo dell’arte e della cultura in una situazione di conflitto perdurante, Halasa spiega: “[Queste persone] credono che l’arte sia uno strumento di resistenza, e che sia parte integrante della giustizia sociale – emblematica di una vita che è condivisa, non distrutta – e che proteggerà la Siria dalle forze di Asad e dagli estremisti nel futuro[3]”.

Se il regime siriano da quando Hafez al-Asad ha assunto il potere nel 1970 continua a ripetere se stesso, impiegando i metodi coercitivi di sempre sul piano politico e a livello comunicativo, i lunghi anni di rivolta hanno visto dilagare esempi dirompenti di creatività, impiegata non solo come mezzo per sopravvivere alla violenza, ma come arma per metterla in discussione. Sin dall’inizio della rivoluzione, i siriani hanno voluto riappropriarsi, attraverso i luoghi reali e quelli virtuali dei social network, dello spazio pubblico che prima apparteneva solo al potere.

uk-tourNon solo artisti professionisti e intellettuali affermati, ma ancora più spesso cittadini comuni, hanno cambiato le regole del gioco comunicativo con il regime che arranca per tenere il passo, e si sono liberati dei linguaggi, dei metodi e della retorica tradizionale. “L’immaginario Baathista è essenzialmente un monologo, la santificazione cieca del Leader. Le immagini multidimensionali della rivoluzione incoraggiano il dialogo, il dibattito, l’espressione libera e la contestazione[4]” – spiega Zaher Omareen, un altro curatore, nel suo saggio all’interno del volume.

Di questa molteplicità di voci, di tecniche e linguaggi, Syria Speaks offre un articolatissimo campionario: le vignette politiche di Ali Ferzat, i cartelloni irriverenti e multilingue di Kafranbel e quelli scritti con i gessetti colorati su fondo nero di Deir al-Zor. Così come ci sono le illustrazioni implacabili nella loro scabra semplicità di Sulafa Hijazi, quelle sanguinolenti come una ferita aperta di Khalil Younes e i quadri in bianco e nero di Youssef Abdelke che trasudano al contempo distacco e dolore. Ci sono le trascrizioni degli inni della rivoluzione, quello di Qashoush, per esempio, costato la vita al suo autore, dei film e dei video, tra cui la serie con le marionette del collettivo anonimo Masasit Mati (Cannucce per il mate). Il volume non manca di offrire una carrellata sulla recente produzione letteraria: non solo alcune pagine di Khaled Khalifa e Samar Yazbek, le poesie di Faraj Bayrakdar e Golan Haji, tra gli autori dissidenti conosciuti anche all’estero, ma anche versi, pensieri e memorie di autori meno noti e talvolta non professionisti.

Ma la rivoluzione ha anche “aperto una breccia nel muro delle restrizioni ai media dietro cui viveva la società siriana[5]”. La vera storia della rivoluzione siriana è iniziata nel momento in cui i cittadini hanno cominciato a raccontarla, quando “[i] loro resoconti e brevi documentari sono diventati, di fatto, le fonti per la maggioranza dei giornalisti stranieri che non avevano accesso in Siria[6]”. Internet e i nuovi media sono stati – e continuano a essere – lo spazio privilegiato per raccontare quello che accade nel Paese e farlo arrivare all’attenzione della comunità internazionale. Nel volume Omar Alassad fornisce una panoramica approfondita sugli organi di stampa alternativi proliferati in Siria con la rivoluzione, mentre Assaad al-Achi rivela il ruolo fondamentale dei mistery shoppers, di chi come lui fa entrare clandestinamente in Siria dall’estero telecamere, computer portatili e software per i citizen-journalist.

Syria Speaks non tralascia di evidenziare il ruolo di quegli intellettuali siriani che ben prima del 2011 hanno denunciato le ingiustizie, i soprusi e le ineguaglianze perpetrate dal clan degli Asad e che hanno pagato con il carcere e la tortura la colpa di aver provato a esercitare il proprio diritto alla libertà di espressione: Yassin al-Haj Saleh e il già citato Faraj Bayrakdar, entrambi ormai residenti fuori dalla Siria, oppure Mazen Darwish che, nonostante la recente amnistia concessa dal presidente al-Asad, è ancora in carcere, sono solo alcuni dei nomi più noti.

La rivoluzione ha trasformato i siriani in “cittadini attivi” – sostiene Hassan Abbas nel suo contributo. Solo coltivando una cultura della cittadinanza si potranno combattere il confessionalismo e l’estremismo religioso “non solo per sbarazzarci della tirannia” – prosegue lo studioso – “ma per costruire una nuova Siria che vivrà dopo noi[7]”. (Arab media Report).

__________________________

[1] Safar A., A Black Cloud in a Leaden White Sky, or Death by Stabs of Sorrow. Questa e le successive citazioni sono tutte tratte da: Halasa M., Omareen Z., Mahfoud N. (a cura di), Syria Speaks. Art and Culture from the Frontline, Saqi Books, London 2014, p.135.
[2] Halasa M., Introduzione, p.viii.
[3] Ivi.
[4] Omareen Z., The Symbol and Counter-Symbols in Syria, p.99.
[5] Alassad O., Popular Collision, p.113.
[6] Ivi.
[7] Abbas H., Between the Cultures of Sectarianism and Citizenship, p.59.

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