Le donne del Principe

Lui si chiama… ed è di una famiglia “nobile” della Gerusalemme araba. La casa della sua famiglia è lì dal 1600 circa, in una delle strade più belle di Gerusalemme.
Io lo chiamo semplicemente il Principe, perché nel modo di fare e di camminare sembra davvero uscito dalle mille e una notte.
Il Principe a 17 anni ha vissuto la prima intifada: un bel giorno usciva da scuola e si è trovato i mitra israeliani puntati. Che io se a 17 anni mi fossi trovata l’esercito fuori da scuola non so quante sedute di psicanalisi mi ci sarebbero volute.
Il Principe, ad un certo punto della sua vita, deve essersi rotto le palle di vivere da Palestinese di Gerusalemme, ha preso e se ne è andato in America.
Ogni tanto però è tornato in Palestina e in una di quelle volte l’ho conosciuto io. Lui su un autobus con due damigiane di olio di oliva che, dai sui terreni a Ramallah, abbiamo fortunosamente fatto passare attraverso il check point. Io che di damigiana me ne sono incollata una per tutte le scale di porta di Damasco, con esiti indubbiamente comici.
Dato che fa caldissimo, per ringraziarmi mi invita a bere una limonata da lui. Conosco così sua mamma e sua sorella più piccola. Il papà non c’è più. La sua è un bellissimo esempio di famiglia tutta al femminile. La mamma si lamenta perché il suo unico figlio maschio non è sposato e vive all’estero. In questa bellissima madonna palestinese c’è il modo di fare di tutte le mamme del Mediterraneo. Lui le nasconde che a volte si fa una birra con gli amici e che ha delle fidanzate. Come tutti i ragazzi con i genitori severi.
Con la mamma siamo rimaste in ottimi rapporti, mi offre sempre la cena quando vado a trovarla.
Lei è originaria di Gaza: l’anno scorso, per il ramadan, ha avuto il permesso di andare a trovare i parenti che vivono a Gaza. Sua figlia ha avuto un bambino quattro anni fa. Lei lo ha conosciuto l’anno scorso. Questo è quello che succede se sei palestinese e tua figlia abita dall’altro lato di un muro. La cosa strana è che, quando me lo ha raccontato, in lei c’era più che altro rassegnazione, non rabbia.
Parliamo di viaggi. Il Principe mi ha raccontato che la cosa che più lo ha colpito dell’America è che puoi spostarti per chilometri senza che nessuno ti chieda i documenti… in Palestina se sei arabo te li chiedono praticamente ogni 10 metri.
Anche a me questa cosa colpisce molto, a me, cresciuta in un’Europa senza le frontiere, in cui posso spostarmi con la carta di identità da un posto a un altro. Ci penso spesso, soprattutto quando ho invitato il mio amico in Italia. Lui mi ha risposto che gli piacerebbe da morire, ma quest’anno ha già avuto il visto per andare in Palestina.
Ebbene si, se sei un arabo di Gerusalemme hai bisogno di chiedere il permesso per tornare a casa tua, o per andare in qualsiasi altro posto al Mondo. La questione è semplice: chi è arabo a Gerusalemme, territorio annesso unilateralmente da Israele e quindi non riconosciuto parte dello stato israeliano a livello internazionale, ha carta di identità Israeliana e passaporto Giordano. Senza essere pienamente cittadino né di uno Stato né dell’altro.
A che vive in WB non va meglio: anche loro hanno passaporto giordano ma Giordani non sono. La Palestina, non essendo riconosciuta all’ONU, non può rilasciare passaporti validi per l’espatrio.
Senza contare che alla Palestina è vietato costruire aeroporti, quindi qualunque spostamento deve passare dalla Giordania, con tutti i costi aggiuntivi che la cosa comporta.
Per me, Italiana, che posso andare ovunque, questa la trovo un’inutile tortura psicologica.
Con il Principe e sua madre parliamo tanto di religione: loro sono mussulmani Sufi. Parliamo di Dio, che è lo stesso per me e per loro, di Gesù, che per loro è un profeta, di quello che divide e unisce le religioni monoteiste. Io rispetto molto la loro fede perché è autentica ed è grande. Sono persone buone, credono nella pace e nella non violenza anche se per tutta la loro vita hanno vissuto sotto occupazione.
In questi giorni folli chiedo spesso al Principe notizie delle sue donne: di sua madre, di sua sorella che ha la stessa età che ragazzino ucciso pochi giorni fa), di sua zia e l’altra sua sorella che vivono a Gaza.
Lui spesso non risponde perché tutto il casino è scoppiato mentre lui, dall’America, chiedeva il visto per tornare a casa per il Ramadan.
Due giorni fa mi scrive che, anche se si è addormentato e si è svegliato tra le sirene antiaeree e le urla dei Sionisti che gridano morte agli arabi, anche se i suoi parenti sono sotto le bombe di Gaza e ha paura ogni minuto, è felice di essere tornato a casa.
Casa, Palestina. Per lui come per molti. Il legame fortissimo con la terra e con le proprie origini. Il legame fortissimo con i vicoli di Gerusalemme che lo hanno visto bambino e poi uomo.
Il legame con la sua terra, che per lui va dal Giordano al mare e in questo non c’è storia o check point che regga. L’amore nei suoi occhi quando parla di Tiberiade o di Nazareth o del deserto. Ma l’amore non è possesso. Chiunque venga in pace è benvenuto.
Gli scampoli di vita di un ragazzo della mia età, nella Gerusalemme occupata, sembrano, ai miei occhi di occidentale, racconti eroici e surreali. Ma lui è lì, ed è reale. Come altri milioni di Palestinesi, nati sotto il segno dell’occupazione.

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