Dalia ha messo il velo

Dalia è una ragazzina che vive vicino Hebron. La conosco qualche anno fa, è molto sveglia a parla bene inglese.
Una mattina vado con Dalia e suo padre a visitare alcune grotte a el-Qom. Le grotte di el-Qom venivano usate come abitazioni ancora 50 anni fa. Fa un po’ strano pensare che in questi sotterranei, ampi, ma di sicuro non confortevoli, vivessero delle persone. Pare che alcune delle grotte siano state scavate come sepolcri nell’età del Bronzo. La zona di Hebron ne è piena e in alcuni casi, per renderle “abitabili” il soffitto è stato alzato costruendo delle volte in mattoni. Potenza dell’architettura tradizionale: entrando sembra davvero di tornare indietro di millenni.
Dalia per venire con noi si è messa un paio di jeans e ha preso con sé una torcia e un cordino dicendo che può sempre servire. Lei, da grande, vuole fare l’archeologa. Il padre le chiede se vuole andare a studiare in Italia ma lei dice che le sembra troppo lontano e non vuole stare lontana dalla famiglia. La storia di Dalia è quella di tanti altri ragazzini palestinesi: suo padre lavorava all’estero nel 2002 e quando Israele ha chiuso gli accessi alla Cisgiordania non è potuto più rientrare, così lei non lo ha visto per circa un anno. Per i palestinesi andare all’estero è un rischio enorme: si rischia di non poter più tornare.
Incontro di nuovo Dalia dopo un anno, è cresciuta tantissimo, è alta quasi come la madre. Va a vestirsi per la cerimonia dei diplomi dei fratelli più piccoli e la vedo uscire dalla sua cameretta con un coloratissimo Hijab. So che i genitori di Dalia non sono tradizionalisti per cui la guardo con aria interrogativa. Il padre mi spiega che non c’è verso di farla uscire di casa senza il velo perché lei, abbigliata in quel modo, si sente adulta. Mi spiega che non è un fatto proprio religioso, più che altro è per sentirsi come le altre ragazzine. Lui non è d’accordo ma pensa che le passerà con gli anni. Come molte altre adolescenti, Dalia non è stata costretta a mettersi il velo, lo ha fatto perchè ha voluto farlo.
Alla cerimonia del diploma nella scuola di el-Qom sono in effetti l’unica donna con i capelli scoperti. Intorno a me una miriade di coloratissime sciarpe coprono le teste di donne e ragazze, comprese le diplomande più grandi. La platea è divisa, da un lato gli uomini dall’altro le donne. Infondo siamo sempre nella profonda campagna del sud della Cisgiordania, la società è abbastanza tradizionalista ma ciò che sento è un grande rispetto per la mia diversità: nessuno mi guarda male o con aria di disapprovazione per i miei capelli rossi sciolti. Anzi, sono tutti gentili e simpatici. C’è una bellissima aria di festa, tutti sono molto felici. Dopo la cerimonia i parenti di Dalia ci offrono dolci e frutta e l’immancabile the, che qui viene aromatizzato con la salvia. So che se continuo a mangiare così tanto prenderò almeno tre chili, ma è maleducazione rifiutare.
Nei giorni successivi, a casa di Dalia, lei mi racconta del suo cantante preferito, che ha vinto Arab Idol, mi fa ascoltare le canzoni e mi dice che lui è bellissimo e bravissimo.
Dalia ha 12 anni ed è come tutte le ragazzine di 12 anni in qualsiasi parte del mondo: musica, moda e discorsi con le cugine che abitano vicino.
In queste situazioni, con il tramonto di el-Qom sullo sfondo, la Palestina non mi sembra poi così lontana dall’Italia.
Non so se prima o poi Dalia verrà a studiare archeologia in Italia, oggi, spero solo di rivederla viva e in salute.

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