In un paese normale

Mettiamo che tre persone vengano rapite in un paese qualsiasi in cui ci sono tensioni tra fazioni rivali…chessò, l’Italia degli anni di piombo.

Mettiamo che tre ragazzi vengano rapiti dalle Brigate Rosse durante gli anni ’70. 

Mettiamo anche che questi ragazzi siano tre iscritti all’MSI. Lo Stato che fa? Manda sul luogo polizia, carabinieri ecc. Le forze dell’ordine iniziano a fare indagini, interrogano persone, magari fermano anche alcuni sospettati, ma, se non hanno prove a loro carico, sono poi obbligati, dallo stato di diritto, a lasciarli liberi.

Le televisioni parlano, fanno dibattiti, la magistratura indaga. 15 giorni dopo gli scomparsi vengono ritrovati senza vita a pochi chilometri da casa loro. Si procede ad un’autopsia per scoprire le cause della morte: si appura senza ombra di dubbio che i ragazzi sono stati uccisi, non sono morti in un incidente stradale o per altra causa.

Mettiamo che sui corpi ci siano prove che inchiodano due brigatisti già noti alle autorità. I due vengono prelevati da casa loro e portati in carcere in attesa di un processo che si terrà con tre gradi di giudizio e che, se colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio, porterà alla pena detentiva dei due brigatisti e, al limite, di chi ha in qualche modo collaborato con loro. Magari le indagini portano a sgominare tutta la colonna regionale delle BR e a minarne l’organizzazione. Ma nessun altro, oltre ai colpevoli e ai complici, viene ucciso o incarcerato.

Risultato, i colpevoli vengono puniti, magari anche in modo esemplare. Le famiglie delle vittime si costituiscono parte civile. Le famiglie dei colpevoli avranno magari sulla coscienza di essere parenti a degli assassini. 

Questo, Signori, è quello che dovrebbe succedere in un paese che ha il coraggio di chiamarsi democrazia…

 

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One Response to In un paese normale

  1. marziamerlonghi says:

    Inizio dalla fine: non sarei favorevole alla pena di morte in nessun caso al mondo. Sono orgogliosamente nipote di un magistrato, una persona che ha sempre creduto nel valore della giustizia, anche quando ha subito due attentati. Un uomo che credeva che il carcere dovesse avere valore rieducativo, non punitivo. Sono favorevole ai processi equi, alla garanzia dell’incolumità fisica e mentale di imputati e condannati.

    Secondo: il pezzo era scritto solo per fare un paragone con quello che succederebbe in qualsiasi altro posto civile al mondo. Se lei legge bene infatti faccio il paragone con l’Italia. Era un modo per dire che non è normale arrestare centinaia di persone e radere al suolo case per ritrovare tre persone. Non è degno di un paese civile. Tanto più di un paese costruito da persone che avevano subito persecuzioni.

    Terzo: Democrazia? Non esiste il matrimonio civile, per cui se si è di due religioni diverse non ci si può sposare.
    Si incazzano se, in valigia, ha un fazzoletto bianco e nero chiamato Kefya.
    Esiste una cosa chiamata detenzione amministrativa, per cui ti mettono in carcere a tempo indeterminato senza farti sapere di cosa sei accusato e senza poter vedere un avvocato (cosa che forse succedeva nel Cile di Pinochet).
    Se sei arabo, non puoi possedere la terra.
    E’ un reato non fare il servizio militare.
    Un professore di storia non ha libertà di insegnamento (vedi il caso di Ilan Pappe).

    A volte ho l’impressione che ci siano, tra gli Israelani, grosse lacune sull’illuminismo e sul concetto moderno di democrazia e libertà.

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