Fame americana – n. 1

Richard Wright è il fondatore della letteratura afroamericana (e non della “letteratura di protesta” afroamericana, come ancora si trova scritto in molti saggi critici) e forse il più grande scrittore afroamericano del Novecento (l’indecisione è tra lui e Ralph Ellison). Ha scritto quanto meno 3 capolavori della narrativa statunitense: il suo primo, fenomenale libro di racconti I figli dello zio Tom (1938); il suo primo romanzo Paura (Native Son, 1940), che non è semplice romanzo naturalista (sempre come dice certa critica) ma uno dei primi romanzi esistenzialisti del Novecento, con una scrittura non solo realista ma introspettiva, personale e visionaria; e il suo primo romanzo autobiografico, Ragazzo negro (Black Boy, 1945). A quest’ultimo doveva far seguito Fame americana, anch’esso notevole, che fu però pubblicato postumo nel 1977. Black Boy è un fantastico romanzo autobiografico nello stile del romanzo di formazione, che narra le vicende di un ragazzo nero che vive nel Sud degli States all’inizio del secolo (anni Dieci e Venti). La scrittura resta quella dei libri precedenti: primitiva, precisa, scolpita nella pagina, dotata di una cruda liricità. Il suo seguito, Fame americana, molto più breve, descrive questo ragazzo, diventato un giovane, che migra a Chicago in cerca di fortuna, che scopre la diversità di trattamento dei neri come lui tra gli stati del Sud e quelli del Nord, e inizia la sua formazione letteraria e intellettuale.  Nel mezzo, riflessioni come questa che segue.  Lorenzo Galbiati

Quando lavoravo a Memphis, ero rimasto a guardare allibito mentre Shorty si lasciava prendere a calci dai bianchi; ma ora, lavorando a Chicago, imparavo che, forse, persino un calcio era preferibile all’incertezza…. Avevo deciso, nella mia ricerca febbrile di un onorevole adattamento alla scena americana, di non sottomettermi, e, così facendo, mi ero esposto all’orrore quotidiano dell’ansia, della tensione, di una eterna inquietudine. Riuscivo a capire, adesso – anche se non potevo mai indurmi ad approvarli – quei neri torturati che avevano rinunciato a lottare e si erano presentati ai loro aguzzini bianchi, dicendo: “Prendetemi a calci, se per me non c’è altro; prendetemi a calci e lasciate che mi senta a casa mia, consentitemi di avere un po’ di serenità!”

fame americana1

L’odio del colore voleva che il posto della vita dei neri fosse inferiore a quello della vita dei bianchi; e l’uomo di pelle nera, reagendo agli stessi sogni dell’uomo bianco, si sforzava di seppellire nel proprio cuore la consapevolezza di tale diversità, perché essa lo faceva sentire solo e impaurito. Odiato dai bianchi, e facendo organicamente parte della cultura che lo odiava, il nero finiva a sua volta con l’odiare in se stesso ciò che gli altri odiavano in lui. Ma l’orgoglio gli imponeva di nascondere l’odio di se stesso, perché il nero non voleva far sapere ai bianchi di essere stato completamente soggiogato da essi, a tal punto che l’intera sua esistenza veniva condizionata dal loro atteggiamento; ma, per il fatto stesso che celava quell’auto-odio, non poteva fare a meno di odiare coloro i quali lo avevano causato. E così, ogni minuto della sua giornata si consumava in una guerra contro se stesso, buona parte delle sue energie veniva spesa per tenere a freno stati d’animo turbolenti, stati d’animo che egli non aveva voluto albergare, ma che non poteva fare a meno di provare. Tenuto alla larga dall’odio altrui, assorto nei suoi stessi sentimenti, il nero si trovava continuamente in guerra contro la realtà. Diventava inefficiente, meno capace di vedere e giudicare il mondo oggettivo. E, quando arrivava a questo stadio, i bianchi lo guardavano, ridevano e dicevano: “Vedi? Non ti avevo detto che gli sporchi negri sono fatti così?” Per sciogliere questo intrico di emotività impedita, zavorravo la parte vuota della nave della mia personalità con fantasticherie sull’ambizione di impedire che si capovolgesse nel mare della stupidità. Al pari di ogni altro americano, sognavo di mettermi negli affari e di arricchire. Sognavo di lavorare in un’azienda che mi consentisse di fare carriera fino ad arrivare ad una posizione importante; sognavo persino di organizzare gruppi segreti di neri per combattere tutti i bianchi… E, se i neri non avessero voluto organizzarsi, allora ci si sarebbe dovuti battere contro di loro. Sarei ricaduto nell’auto-odio, ma un auto-odio proiettato, questa volta, esteriormente, contro altri neri. Eppure sapevo – con quella parte del mio pensiero datami dai bianchi – che nessuno di tali sogni era possibile. Finivo quindi con l’odiare me stesso per aver consentito alla mia mente di indugiare sull’inconseguibile. Così il cerchio si chiudeva.

Richard Wright, “Fame Americana”, pag 9-10, Einaudi, 1978 (ora fuori commercio)

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