Archeologia dell’occupazione (lettera ad uno studente di archeologia della Palestina)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Cara studentessa, caro studente,
ti scrivo oggi, nel giorno della liberazione del nostro Paese, per parlarti del lavoro che hai scelto. Hai scelto di lavorare in vicino Oriente: non è facile, è una terra martoriata,spesso difficile da comprendere e da vivere.
Come archeologo avrai il dovere, anche se nessuno te lo dirà, di proteggere il suo patrimonio con tutti i mezzi che avrai a disposizione. Proteggi siti e reperti da usi errati, non far mai che diventino strumenti volti a giustificare il diritto sulla terra di uno o dell’altro.
L’archeologia è un’amante esigente e ti chiederà molto. Tu proteggila, amala con tutto il tuo cuore. Ma ama di più i vivi, le persone che incontrerai sulla tua strada: esse sono più importanti si qualsiasi coccio o osso. Se puoi, aiuta che non ne ha coscienza a conoscere su quanta bellezza è seduto, a non scavare reperti clandestinamente, a non fare danno costruendo orribili case dove prima erano colline e spazi aperti e ancestrali luoghi di culto. Non renderti complice, come molti tuoi colleghi, di sfratti e sequestri di case e terreni con la scusa che sotto ci sono resti antichi.
Non farti strumento di abusi in nome di un passato adulterato.
Ricorda che la storia di un luogo inizia dagli albori… ma arriva fino ad oggi e tutto ne è parte.
Noi abbiamo un grande potere nelle mani, siamo in grado di raccontare cose la cui memoria è stata seppellita sotto la polvere dei secoli… andando avanti vedrai che ogni giorno le tue convinzioni dovranno, per amore di onestà e di verità, mutare spesso.
E scoprirai, perché lo leggerai nel terreno, che in Palestina sono passati centinaia di popoli differenti, e che il diritto alla terra non spetta a nessuno, che dichiararsi discendenti di un re vissuto intorno al 1000 a. C. non è diverso da Augusto che si dichiarava discendente di Enea.
“Tutti hanno diritto, nessuno ha diritto”. Credi solo in quello che vedi.
Ma quando sarai stanco e sfiduciato affidati a tutta la bellezza che hai intorno: sali su una collina e guarda la valle del Giordano nella luce del crepuscolo, ascolta il rumore del vento. Allora sentirai di fare parte di quella terra, sentirai che, nei millenni, molti hanno guardato quello che ora tu stai guardando.
Quando non ce la farai volta le spalle all’orrore delle recinzioni di cemento che, come cicatrici, deturpano un suolo che, se non è santo, di sicuro è martire. Guarda lontano e prendi forza dal colore caldo del terreno, dagli ulivi millenari, dall’azzurro del mare. Allora ti sentirai una cosa sola con la terra, con chi la abita e la ha abitata, con Dio (se ci credi).
Il grande amore e il grande rispetto che porterai dentro, per la Palestina e per il genere umano, farà di te un archeologo migliore. Ti permetterà di capire non solo i reperti ma gli uomini che li hanno costruiti ed usati, chiunque essi siano stati, di qualunque religione o etnia essi fossero.
Sarebbe bello che, dopo 150 anni, l’archeologia della Palestina non fosse più un’archeologia coloniale, ma un’archeologia della tolleranza e della libertà.
Buona Liberazione!

Advertisements
This entry was posted in Autodafé. Bookmark the permalink.

15 Responses to Archeologia dell’occupazione (lettera ad uno studente di archeologia della Palestina)

  1. Miriam says:

    Quali sono questi centinaia di popoli che sono passati dalla Palestina prima del popolo ebraico? Miriam

    • marziamerlonghi says:

      Allora…dal paleolitico, la valle dell’Arabah e poi quella del Giordano sono state il naturale passaggio dall’Africa verso l’Europa. Nel neolitico preceramico riscontriamo somiglianza, anche se lontane, nelle culture del Levante e dell’Anatolia.
      All’inizio dell’Età del Bronzo antico la cosiddetta ceramica di Khirbet Kerak, che prende il nome da un sito archeologico a sud del lago di Tiberiade, è diffusa fino all’attuale Turchia e i corredi tombali, per esempio di Gerico, attestano contatti con l’Egitto.
      Nel XVIII sec, a. C. (circa) troviamo contatti con popolazioni egee a Tell Kabri e Tell Nami
      Nel XIV sec. a.C. l’archivio di el-Amarna testimonia di contatti frequenti, a livello palatino, tra le varie città-stato palestinesi e l’Egitto faraonico di Amenofi III e IV. I nomi dei vari regnanti sono, etimologicamente, sia semitici sia, in alcuni casi, indoeuropei.
      Nei testi di el-Amarna sono anche spesso nominati gruppi di Habiru (alcuni pensano che la parola abbia la stessa radice di Ebrei), ovvero gruppi di nomadi o fuoriusciti fuori dal controllo palatino, che vivevano ai margini delle aree coltivate ed erano impiegati nella pastorizia o come mercenari.
      Nel 1296 la battaglia di Qadesh segna definitivamente il confine tra dominio Egizio e dominio Hittita in Siria e Palestina. Probabilmente più volte gli Hittiti si erano spinti fino a Megiddo.
      Nel XIII sec. a. C, contatti frequentissimi con popolazioni micenee sono attestati dalla costa mediterranea fino ad Amman.
      Nel XII l’invasione o migrazione dei cosiddetti “popoli del mare” tra cui i Filistei, che formano domini stabili sulla costa meridionale. Sulla costa settentrionale, almeno fino a Jaffa, sono attestati i Fenici. (Per inciso, anche se non sono una linguista, il fenicio e l’ebraico sono, fino al VII sec. praticamente la stessa lingua).
      Nel VIII e VII secolo iniziano le invasioni assire. Poi Babilonesi, persiani, greci romani ecc.
      Spero di essere stata esauriente, di sicuro me ne sono dimenticata qualcuno.
      Suggerisco “Archaeology of the Land of the Bible” di Amihai Mazar,
      “Oltre la Bibbia” di Mario Liverani
      “Un secolo di Archeologia Biblica” di P.R.S. Moorey

  2. mario says:

    mmm… l’archeologia con la ruspa sulla Spianata delle Moschee effettuata da parte del waqf per scavare un terzo luogo di culto negli stabilimenti di Salomone e al contempo la pretesa di impedire l’ispezione del tracciato esterno del muro (la continuazione del Kotel) secondio la tesi che le prospezioni sarebbero state volte a minare la stabilità della spianata mi sembrano appunto esempi di uso improprio dell’archeologia. Comunque non sono un archeologo.

    Per il resto il suo articolo mi sembra interessante, anche se ci sono spunti sui quali non sono metodologicamente d’accordo, e anche se la sua pubblicazione qui può indurre il lettore non accorto ad equivocare e interpretarlo forse erroneamente. Non mi sto riferendo all’altra interlocutrice, che credo abbia avuto i miei stessi dubbi.

    https://tinyurl.com/q4ymx2b
    https://tinyurl.com/lwpmqt7

    • marziamerlonghi says:

      Andando con ordine: L’archeologia di Gerusalemme è un vespaio in cui persino l’inventrice del metodo stratigrafico, Dame Katleen Kenyon, ha avuto problemi e ho abbastanza umiltà da non addentrarmici ancora per qualche anno.
      Che io sappia, i lavori del waqf, peraltro criticati ampiamente, erano lavori si adeguamento delle infrastrutture moderne a cui, per forza di cose, è seguito uno scavo di salvataggio, anche quello passibile di critiche metodologiche. So per certo che tutta la terra di riporto è stata setacciata e i resti più antichi risalirebbero ad epoca persiana. Del resto la Qubbath as-Sakhra poggia ditettamente sulla roccia, e il resto della spianata è stato, nei secoli, modellato con terra di riporto e sostruzioni di cui il Kotel è un segmento. Che io sappia (ma, ripeto, potrei sbagliare) il muro è di età adrianea, almeno la parte datata. Se poi chi scava non pubblica i dati è difficile anche studiare la stratificazione.
      Le ruspe, purtroppo, sono usate spesso e volentieri, non solo in Palestina ma anche in Italia, indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa del direttore dei lavori.
      L’esistenza di Salomone e Davide è stata messa in dubbio, già da molti anni, da uno dei più grandi archeologi viventi che è Israel Finkelstein: la questione si riapre ogni tanto quando si trovano iscrizioni (recentemente una proprio a Gerusalemme, dall’area del parcheggio Givati) col nome di Davide. Nel periodo in cui Davide dovrebbe aver regnato, la situazione in Palestina si presenta, archeologicamente, molto fluida, anche dal punto di vista dell’attestazione dei luoghi di culto. Di sicuro, non esiste, come già constatato da Finkelstein, prova di un regno unitario quale ce lo descrive la Bibbia. Piuttosto definirei il clima politico dell’epoca come un passaggio, dopo lo sfaldamento del sistema palaziale dell’età del Bronzo, in cui popolazioni semi-nomadi si insediano in territori più fertili lasciati vuoti.
      Tornando al monte del Tempio, come ho detto, non si è mai trovato nulla di precedente all’età persiana, mentre poco più in basso, dove ora c’è il parco archeologico, i resti arrivano all’età del Bronzo medio. Questa discrasia è spiegabile con le fonti storiche babilonesi che dichiarano di aver raso al suolo in Tempio, episodio che poi si ripeterà con Tito. Quello che metodologicamente è interessante, è osservare la continuità dei luoghi di culto: da una religione all’altra, sembra che alcuni luoghi siano identificati come sacri a prescindere. Esempi di continuità attraverso i secoli si hanno un po’ ovunque: come esempio può prendere la Grande Moschea di Damasco, che era stata una chiesa cristiana e prima ancora un tempio di Giove. Gerusalemme di questo è forse l’esempio più lampante. Personalmente, da credente, trovo tutto questo affascinante. Da archeologa lo considero invece alquanto logico.
      Sulla metodologia della ricerca archeologica in Palestina tornerò con altri post più avanti perchè il discorso è lungo.

  3. mario says:

    Proverò a spiegare cosa non mi convince metodologicamente nel suo articolo qui sopra. Badi che non si tratta di una critica a lei (molti italiani non riescono a distinguere il piano del confronto delle idee da quello dell’aggressione personale: criticherò solo in parte alcune idee, che mi paiono soggiacere a ciò che scrive; e magari sbaglio io). Leggendo il suo articolo l’impressione che ho avuto è che lei pensi “gli israeliani usano l’archerologia per legittimare l’occupazione e la loro presenza lì come stato.” Infatti lei rivolge la lettera sull’archeologia “dell’occupazione” in occasione della “Festa della Resistenza” agli studenti di archeologia in Palestina, raccomandando loro di non farsi “strumento di abusi in nome di un passato adulterato” perché “in Palestina sono passati centinaia di popoli differenti, e (…) il diritto alla terra non spetta a nessuno”. Dunque vi è un’occupazione (e vi sono anche moti di resistenza all’occupazione analoghi alla Resistenza) e qualcuno che cerca di adulterare il passato per rivendicare un diritto alla terra che in verità non ha. Sbaglio nell’interpretare il filo dei suoi pensieri? Conosco queste posizioni che non condivido ma che rispetto. In Palestina/Israele è in corso un atroce conflitto e naturalmente uno si schiera secondo la propria sensibilità e cerca di contribuire al superamento delle contrapposizioni a partire dal propio campo di attività. Il suo invito a non abusare dell’archeologia è legittimo e giusto.

    Però – e qui arrivo a ciò che non condivido metodologicamente del suo scritto – mi sembra che lei pecchi di anacronismo nel legare la legittimità o non legittimità politica di Israele oggi ai fatti storici attestatici dall’archeologia. Oltretutto visto che lei in primo luogo invita il lettore a non usare l’archeologia per avallare la politica.

    Lo Stato di Israele oggi è legittimo in virtù della Dichiarazione di Balfour convalidata dalla Società delle Nazioni prima e, dopo la propria costituzione, in virtù del suo riconoscimento attraverso un voto all’ONU, che dà compimento a un movimento politico sviluppatosi a cavallo di mezzo secolo. Il conflitto attuale è un conflitto confinario, analogo a quello – che so – della ex yugoslavia o alla Prima Guerra Mondiale in Europa.

    E’ vero che sul campo le sensibilità storiche, spesso proiettate indietro per secoli, possono essere brandite a mo’ di clava contro il nemico e ciò non va fatto. Lei sa che l’atavica patria serba è in pieno territorio kossovaro e sicuramente a mente fredda questo non appare rilevante per farcisi sopra una guerra. Né dunque appaiono rilevanti per negare il diritto a esistere di Israele posizioni analoghe a quella di Yusuf Ziya al-Khalidi, sindaco di Gerusalemme per l’amministrazione turca nel 1878, che scrisse “noi ci consideriamo, noi, arabi e turchi, i guardiani dei luoghi sacri delle tre religioni”. E chi ha nominato gli arabi e i turchi “guardiani” dei luoghi sacri di religioni non loro? Lei non vorrà fare discendere tale autonomina dalla conquista militare di Gerusalemme da parte degli arabi nel 638.

    Perché poi si finisce nella propaganda pura e semplice e quel che è peggio si finisce con il credere alla propria propaganda. Ad esempio anni addietro mi imbattei in un sito dichiaratamente filopalestinese che avventurandosi nell’attualizzazione della preistoria arrivava a insinuare che Israele è illegittima oggi perché gli antichi ebrei erano pastori, vagavano e non erano radicati nel Paese. Probabilmente quersto discorso sembrava loro serio. Far notare che l’ebraico e il fenicio erano quasi la stessa lingua, come le è stato giustamente insegnato, avrebbe lo stesso valore ai fini della politica oggi che far notare che le tavolette di Amarna sono scritte in protoebraico, o che la lingua della Stele di Moab è perfettamente intellegibile a chi conosce l’ebraico biblico e si adatta alla grafia difettiva. Il Libano e la Giordania non sono la Fenicia e Moab. Oggi il confine egizio non passa più ad Amarna. E il waqf che scava con la ruspa in zona archeologica non lo fa ingenuamente,. perché poi gli scavi di salvataggio non li hanno fatti loro, ma gli isareliani. Magari il waqf nello scavare con poca attenzione stava cercando di cancellare dal sottosuolo un passato tropo ebraico? C’è chi lo sospetta e anche chi lo dice apertamente.

    Dunque il suo invito a non abusare dell’archeologia è sacrosanto. E per quanto ne so l’Accademia in Israele si astiene da tale abuso. Lei può affidarsi tranquillamente ai lavori di ricercatori israeliani, che legge e cita. Tra l’altro noto che nel fare ciò lei non aderisce alla ridicola campagna di “disinvestimento” universitario che vorrebbe isolare gli atenei israeliani, invece di favorire la ricerca e inevitabilmente la pace.

  4. mario says:

    Una precisazione: “le tavolette di Amarna sono scritte in protoebraico” è detto molto male. Le tavolette di Amarna sono in Akkadico, scritte da cananei non madrelingua. Queste tavolette contengono glosse ed elementi linguistici cananei molto simili all’ebraico, tant’è che sono nominate in tutte le storie della lingua ebraica. Dunque le tavolette attestano anche elementi protoebraici (non ebraici in senso stretto). Formulata così mi sento più tranquillo e contento :). Comunque ripeto non sono un archeologo e mi scuso per l’improprietà del linguaggio tecnico.

  5. mario says:

    Ho continuato a riflettere sull’articolo qui sopra (a mio avviso bello e condivisibile in ampia misura, come ho scritto: basta esere conseguenti nel non rapportarsi alla geopolitica oggi in base ai dati archeologici).

    E per quanto bello l’articolo, nella sua formulazione e nella visione che veicola c’è qualcosa che stona. Ora so cosa è che mi stona. Lei scrive che siccome molti popoli sono passati di lì, nessuno ha diritto. Al contrario: siccome molti sono passati di lì, tutti hanno diritto. In particolare oggi: gli ebrei hanno diritto, i palestinesi hanno diritto.

    E giustamente non bisogna negare il diritto degli altri attraverso strumenti meschini quali l’uso improprio del passato. Il passato va rispettato: non si cerca di cancellare la presenza del nemico dagli strati del passato, come non si non si dovrebbero costruire edifici in aree archeologiche, magari solo per consolidare la propria presenza nei Territori.

    Israele non è un’impresa coloniale, come lei scrive. E la resistenza palestinese non è la resistenza antifascista e antinazista italiana, che per quanto non di massa ha salvato l’onore della penisola. E d’altronde i palestinesi hanno certamente diritto. Se lei si occupa di
    archeologia biblica avrà certamente visitato l’area e avrà certamente parlato con la gente, ebrei e arabi, per rendersi conto di quanto sia complesso il quadro. Ci sono ebrei pragmatici e tranquilli e ci sono palestinesi pragmatici e tranquilli. E ci sono drusi, greci, samaritani karaiti e tante minoranze. Ci sono fanatici dall’una e dall’altra parte. E purtroppo ci sono nazionalisti niente affatto tranquilli al potere da ambo le parti in un’area dove l’istinto a sopraffare è moneta corrente.

    Entrambe le parti hanno titolo a quella terra, signora. Il dramma di quella guerra per motivi di territorio è che entrambe le parti hanno ragione. E noi europei non abbiamo diritto di dire loro come sbrigarsela, o di fare prediche, secondo la nostra buona vecchia tradizione di imperialismo prima di tutto culturale.

    Ah già che ci sono correggo anche un’altra svista. A quel punto avevo avuto delle distrazioni mentre scrivevo. “Il confine non passa più ad Amarna”, ma Amarna era la capitale. Volevo dire “il confine non passa più dove passava ai tempi di Amarna”.

    • marziamerlonghi says:

      Stiamo mettendo moltissima carne al fuoco e, onestamente, comincio un po’ a perdermi, dato che non ho seguito per qualche giorno.
      Spero di non scordarmi niente…
      Allora, ho vissuto a Gerusalemme in totale più di quattro mesi, e ho girato tutto il Paese per ragioni di studio.
      Chiunque si sia semplicemente fatto un giro per Hebron non potrà negare che un’occupazione è in corso e ci sono anche due risoluzioni ONU a chiarire il concetto.
      Girare per le strade soggetti a controlli e check point a casa mia si chiama occupazione…poi magari mi sbaglio, ma ho viaggiato molto e solo in Palestina mi è capitato di stare in fila più di un’ora ad un check point che più che altro, nell’aspetto ricorda l’entrata di un carcere…
      Per quanto riguarda “l’uso dell’archeologia”: è sociologicamente noto che ogni regime che vuole dare giustificazione di sé usa o inventa un glorioso passato, basta guardare via dei fori imperiali a Roma o i mattoni del restauro di Babilonia iscritti con il nome di Saddam HUssein.
      Leggendo i rapporti di scavo degli anni 50′ e 60′ condotti da archeologi israeliani, si nota come, in quegli anni, l’archeologia sia servita ad Israele per costruire una coscienza nazionale. Studiosi sicuramente più esperti di me come Moorey e Silbermann hanno abbondantemente chiarito la questione. Del resto la stessa scelta della Palestina per fondare lo stato Israeliano è stata dettata da regioni bibliche e archeologiche…altrimenti un territorio per gli Ebrei poteva essere trovato in qualsiasi parte del mondo.
      Sul fatto che la barriera di separazione sia stata spesso deviata per includere siti archeologici in territorio israeliano è scritto in vari rapporti UNESCO e in alcuni interessanti articoli di Fabio Maniscalco (sempre secondo Maniscalco i lavori per la barriera hanno distrutto circa un migliaio di piccoli siti).
      Quello che, da archeologa trovo inaccettabile è che spesso, ancora oggi, si parli di periodo Salomonico o Erodiano o quant’altro, invece di utilizzare le cronologie relative come nel resto del mondo.
      Dal punto di vista pratico non contesto, nel modo più assoluto, la legittimità dell’esistenza di Israele: Israele c’è, ed è un dato di fatto. Contesto la legittimità degli sfratti di famiglie palestinesi a Gerusalemme Est, degli arresti di ragazzini di 13 anni e dell’assedio a Gaza. Contesto il fatto che ho amici che non possono venire a trovarmi in Italia perchè dovrebbero passare dal confine Giordano e costa troppo, anche se avessero il visto.
      Essendo vissuta a Gerusalemme ho amici da entrambe le parti e sono legata a molti ragazzi ebrei della mia età.
      Non sono una esperta di diritto costituzionale, ma mi risulta che oggi la maggior parte delle democrazie siano laiche. Che in Italia puoi essere ebreo, musulmano o buddista e, comunque, sei sempre italiano e tutti abbiamo gli stessi diritti. La richiesta di Israele di essere riconosciuto come stato ebraico è non meno assurda dell’esistenza, ancora oggi, di paesi in cui la legge è sharia coranica.

    • marziamerlonghi says:

      Per inciso: le tavolette di Amarna sono in Akkadico cosiddetto internazionale, l’onomastica di alcuni regnanti di città-stato sotto la protezione del Faraone, presenta elamenti di semitico occidentale, così come alcune glosse. Il semitico occidentale (definizione più corretta di proto-ebraico) non è attestato in testi di qualche lunghezza (a parte quelli di Ugarit). Dal semitico occidentale derivano, in ordine cronologico, fenicio, ebraico ed aramaico.

      • mario says:

        Il termine “proto-ebraico” infatti lo stavo usando in maniera paradossale. Mi riferivo a queste interpretazioni di chi usa-il-passato-ma-io-non-debbo-fare-come-loro, che vengano a dire: “…ah vedi? ma allora gli ebrei manco parlavano ebraico. L’ebraico viene dal cananeo. Gli ebrei non esistono”. E se anche fenicio, moabitico e ebraico erano più o meno (non so in che misura, ma credo in larga misura) mutuamente intellegibili, ciò non significa nulla per la politica odierna. Tra l’altro l’ebraico di oggi non è ebraico biblico, ma ebraico rabbinico ampiamente (e inevitabilmente… oggi ci sono aereoplani, televisori al plasma ecc. ecc.) rimaneggiato. Cfr. Michel Masson o Gil’ad Zuckermann.

        In reali termini scientifici il cananeo non è proto-ebraico. O almeno questa non è la dizione comunemente usata.

  6. In attesa di ulteriori risposte di Marzia a Mario, vorrei dire alcune cose.
    1. Non è Marzia a legare la legittimità di Israele all’archeologia. Marzia semplicemente cerca di sfatare uno dei miti della propaganda sionista: “qui per primi ci siamo stati noi ebrei, quindi la terra spetta a noi.” Questo è in soldoni il refrain di molta propaganda sionista usato per rivendicare il possesso di tutta la Palestina, dal Mediterraneo al Giordano e in particolare di Gerusalemme.
    2. Marzia Merlonghi non dice che Israele non ha legittimità ad esistere. Dice che la legittimità, il diritto alla terra, non dipende dal possesso della terra agli albori della storia. In altre parole: la storia va considerata tutta, non solo quella antica. E il diritto alla terra non dipende da chi ha occupato la terra.
    3. Israele impresa coloniale. Si può discutere a lungo sul significato di colonizzare. Ma restano i fatti. Nel 1948 gli ebrei erano il 33% in tutta la Palestina, e il 55% entro i confini di Israele, e non possedevano più del 10% della terra, che avevano acquistato dai palestinesi. Nel 1900, gli ebrei erano meno del 10% in tutta la Palestina, e concentrati soprattutto a Gerusalemme. Ergo: c’è stata una massiccia migrazione, legale e illegale, nei primi 50 anni del Novecento da parte degli ebrei verso la Palestina e gli ebrei si sono stabiliti soprattutto nelle città, non nelle campagne e nei villaggi, e in quartieri separati da quelli palestinesi. E la migrazione aveva il preciso scopo di acquistare o conquistare quella terra per farne uno stato ebraico. Non a caso, i palestinesi si sono varie volte rivoltati contro quelli che si comportavano, di fatto, come coloni.
    4. Israele nasce sulle rovine dei villaggi palestinesi. I suoi parchi coprono e occultano rovine palestinesi. Molti palazzi sono stati sottratti ai palestinesi e ora sono abitati da ebrei. La flora palestinese della macchia mediterranea è stata sostituita dalle conifere europee. Gli stessi atenei israeliani in alcuni casi sorgono su edifici palestinesi che sono stati confiscati nella pulizia etnica del 1948. Israele, in quanto stato ebraico, nasce dalla distruzione e dell’occultamento della storia di secoli della nazione palestinese.
    5. Non è vero che entrambi hanno ragione. Israele è l’oppressore dei diritti dei palestinesi, i palestinesi sono gli oppressi. Le ragioni sono quindi perfettamente chiare e spettano tutte ai palestinesi. Israele sta compiendo abusi e crimini e quindi non può vantare nessuna ragione. Perché Israele occupa territori non suoi, e sta continuando la pulizia etnica della Palestina a Gerusalemme e nella West Bank. Ormai non è esiste più una nazione palestinese perché Israele l’ha distrutta. Nazione infatti significa popolo + terra. E i palestinesi non hanno più una terra dove stare dove poter essere nazione e stato. La realtà sul campo, come dice Jeff Halper, è quella di una nazione unica di apartheid, con i palestinesi in un grande bantustan. Il problema non è a chi appartiene la terra, ma che solo gli ebrei la occupano e possiedono, e quindi i palestinesi ne sono esclusi, perché non hanno posti di potere in Israele e sono ridotti a subumani nei territori occupati. Il problema è che questa è la realtà sul campo, e cioè che non esiste più l’opzione due popoli due stati perchè Israele con le sue colonie l’ha ormai irreversibilmente resa impossibile. E quindi esiste solo uno stato ebraico che ha ridotto i palestinesi in bantustan. L’unico diritto negato è quello dei palestinesi ad esistere come nazione in un loro stato, o ad esistere come cittadini al pari degli ebrei in uno stato binazionale, e quindi laico e non ebraico. Il problema quindi non è la legittimità o meno di Israele, argomento di distrazione di massa, bensì il fatto che non esiste uno stato palestinese e che Israele ha fatto in modo che continuerà a non esistere; quindi siamo di fronte a una realtà unica binazionale di apartheid. E se i palestinesi sono esseri umani con pari diritti degli ebrei, spetta loro una cittadinanza con uguale dignità. E per averla, non possono certo essere cittadini in uno stato che si dichiara ebraico. Ciò che non è più sostenibile per chi ha a cuore i diritti umani, insomma, non è l’esistenza di Israele come stato, ma il suo essere stato ebraico.

  7. mario says:

    Per la signora Merlonghi: In Cisgiordania e Gaza c’è una occupazione militare e chi lo nega? L’occupazione militare è legittima, e deriva dalla vittoria sul campo di Israele nel ’68 dopo una controffensiva, che la portò a controllare teerritori palestinesi precedentemente invasi dalla Giordania. Le trattative di pace appunto dovrebbero riguardare il trasferimento ai palestinesi delle loro terre, originariamente (pre ’68) occupate da Giordania ed Egitto e poi da questi perse in guerra con Israele. Quello che non è legittimo a norma di Convenzioni di Ginevra è stata la costruzione di insediamenti ebraici permessa e promossa dai governi israeliani dietro le pressioni dei partiti di destra, sebbene Israele avesse accondisceso alla risoluzione 242 dell’ONU e implicitamente avesse accettato le linee del ’68 come confine (il che renderebbe la Cisgiordania e Gaza “estero”). Questo lo dico per precisione, perché a forza di parlare di occupazione sembra che l’occupazione sia l’intera Israele. I filopalestinesi su questo glissano e non la raccontano mai tutta, neanche a lei.

    Sul peso del passato per legittimare il presente, mi scusi, mi sembra che in Europa avvenga la altrettanto, e si faccia così dovunque sono sorti stati nazionali. E’ questo che provoca il giochino del “qui c’ero prima io”, al quale io non gioco, ma che i filopalestinesi amano giocare negando al contempo parte Israeliana di poter fare altrettanto.

    E’ una questione di onestà intellettuale: le regole valgono per tutti, no? O altrimenti, quando l’Italia smetterà di rifarsi al lascito dei vari Leonardo, Galileo, Dante ecc. ecc. che ovviamente NON erano italiani, perché l’italia non esisteva, ne riparliamo.

    Sulla questione dell’identità ebraica e della sharia la prego di informarsi meglio. Lei se vuole può diventare israeliana dopo cinque anni di residenza, e nessuno le chiederà di convertirsi. Israele è uno stato ebraico, più o meno come la Russia è uno stato russo.

    Le questioni per come le ho esposte sono naturalmente semplificate, ma sono rappresentate esattamente. Se oltre all’archeologia le interessano anche le questioni identitarie, la invito a documentarsi sulle “comunità immaginate”, quadro interpretativo che analizza intelligentemente il fenomeno nazionalistico che è alla base della forma degli stati nell’area mediterranea e in est europa.

  8. mario says:

    Spiego meglio il primo paragrafo: in base al diritto internazionale l’acquisizione militare di nuovi territori non è legale. Poiché Israele fu attaccata nella Guerra dei Sei Giorni, e occupò Cisgiordania (Giordania) e Gaza (Egitto) nel corso della controffensiva, la risoluzione ONU 242 stabiliì che Israele non potesse tenere permanente i territori, ma che dovesse restituirli in cambio del riconoscimento arabo. In sostanza richiamava le parti a una trattativa confinaria di pace. Fino a che il trattato di pace definitivo non sarà firmato, Israele potrà (in effetti dovrà) amministrare militarmente i territori che non le appartengono, ma poiché quei territori non sono Israele, non ci si possono costruire insediamenti. L’indisponibilità araba a trattative negli anni a perpetuato la presenza israeliana; la khutspa della destra ha permesso gli insediamenti. Il risultato è la situazione ben oltre i limiti dell’isteria che oggi si vive nei territori.

  9. In Italia i cittadini si chiamano italiani, e tutto possono diventarlo. In Israele no, Israele è stato ebraico, e l’ebraismo è una religione. Se mi converto all’ebraismo o sposo una ebrea io acquisto il diritto al ritorno, pur non essendo mai stati i miei avi ebrei. Molti ebrei di oggi non hanno mai avuto antenati ebrei essendo i discendenti di matrimoni misti o di persone convertite all’ebraismo: ma hanno il diritto al ritorno, secondo appunto la cosiddetta legge del ritorno. Se un ebreo invece cambia religione perde il diritto al ritorno. Quindi dire che Israele è paese laico è una vera e propria FALSITà che soltanto i sionisti possono dire. I palestinesi espropriati dalle loro terre con la violenza nel 1948 hanno per l’ONU il diritto al ritorno, ma non per ISRAELE. A meno che si convertano all’ebraismo: allora acquisterebbero il diritto al ritorno. Quindi la finiamo di dire emerite cazzate enormi come quelle che Israele è stato ebraico come la Russia e è stato russo? l’ebraismo e l’essere considerati ebrei dallo stato ebraico è una appartenenza per sangue e per religione o per parentela acquisita che non ha nulla a che fare con la cittadinanza in uno stato laico!

  10. In base al diritto internazionale, Israele doveva ridare i territori occupati ai palestinesi in cambio di un trattato di pace con i confini entro quelli del 1967. Il fatto che Israele abbia da subito iniziato a costruire colonie e che non abbia mai smesso di farle, insieme alla negazione del diritto al ritorno dei profughi e di Gerusalemme est alla Palestina, ha reso impossibile ogni possibile pace. Altro che l’indisponibilità araba a trattare! Israele non è mai stato disponibile a concedere ai palestinesi quanto loro spetta: 1 uno stato entro i confini del 1967, 2 il ritorno dei profughi (almeno entro una certa misura dato che sono milioni) e 3 Gerusalemme est alla Palestina. Israele ha reso impossibile queste 3 più che legittime richieste. Con il muro dell’apartheid (barriera di separazione, e apartheid significa separazione) ha inoltre annesso terre non sue, che vanno ad aggiungersi a quelle delle colonie. Israele inoltre non riconosce i territori occupati come tali, non riconosce che su di essi debba applicare la convenzione di Ginevra. E rivendica Gerusalemme tutta per sé e come capitale. Tutte cose perfettamente illegali e contrarie al diritto internazionale. Questo ha reso costante l’occupazione militare dei territori e una farsa i colloqui di pace. Israele non è nemmeno disponibile a smettere di costruire o di programmare nuove colonie mentre chiede ai palestinesi di trattare, e si rifiuta che se ne occupi l’ONU del riconoscimento di uno stato palestinese, grazie agli Usa che, dominati dalla lobby ebraica, metteranno sempre il veto. Tutto questo ha portato alla situazione attuale che a Israele sta benissimo, dato che non ha mai avuto nessun interesse a cedere la terra ai palestinesi? E perché mai dovrebbe farlo, se può occuparla quasi tutta, e tenersi tutta Gerusalemme, senza temere alcuna sanzione o alcun intervento armato ONU? Non ha nessun motivo per farlo, i palestinesi non hanno nessuna moneta di scambio, nessun deterrente (la richiesta del riconoscimento di Israele è l’ennesima mossa di distrazione di massa: come può un NON-stato riconoscere lo stato che lo sta occupando se non si definiscono prima i confini e non finisce l’occupazione?), e a Israele è sempre importato occupare tutta la terra possibile fino al Giordano. Come ha scritto Jeff Halper nel post che si trova su questo blog sotto questo post, l’occupazione militare della West Bank è un NON-Problema in Israele. Per gli israeliani i palestinesi non esistono, l’unico problema che possono dar loro è quando lanciano razzi o fanno i kamikaze, ma i razzi arrivano solo fino all’estremo sud di Israele e il Muro ha quasi fatto scomparire i kamikaze. Quindi a Israele tutto sta benissimo così. L’unica soluzione sul campo ora è uno stato laico binazionale, ma perché mai i sionisti dovrebbero concederlo ai palestinesi? A loro va bene tenerli nei lager dei territori occupati, purché non si facciano sentire. E così i palestinesi sono condannati a questo crimine con il consenso di noi europei. Da qui la richiesta del boicottaggio ad Israele da parte degli attivisti israeliani nonviolenti.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s