Padre Paolo, un glossario

l43-padre-dall-oglio-130730115315_big(di Alberto Savioli – da SiriaLibano) Padre Paolo Dall’Oglio, 59 anni, è scomparso cinque mesi fa nella città di Raqqa controllata dalle milizie islamiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. In questi mesi si sono susseguiti articoli su di lui e contro di lui. I primi articoli, sono usciti tempestivamente pochi giorni dopo il suo rapimento, non hanno avuto la decenza di risparmiargli le accuse più disparate.

Dall’essersi recato a Raqqa per dubbi fini, all’aver organizzato un finto rapimento per poi con un coupe de théâtre ricomparire con i vescovi cristiano-ortodossi rapiti ad Aleppo al fine di riabilitare al-Qaida. Perfino l’accusa di essere “pagato per destabilizzare un Paese”, di essere un “agente operativo del governo statunitense”, un sito cattolico ha terminato l’opera con una “damnatio memorie” che ha visto scomparire il nome di Padre Paolo, gesuita romano, chiamato semplicemente “il ribelle” Dall’Oglio.

Padre Paolo per alcuni è un sacerdote scomodo e criticato: sia per le sue dichiarazione forti, sia per la sua conoscenza della caleidoscopica realtà siriana. Questa non permette di ricondurre il conflitto a un sistema dualistico caro a chi sposa la propaganda siriana, che vede il regime protettore delle minoranze contro lo minaccia qaedista. Per questo motivo penso sia importante leggere direttamente le sue parole per capire cosa ha realmente detto e, a volte, “profetizzato” da fine conoscitore della Siria, sulle “pedine” e i fatti dello scacchiere siriano. Qui di seguito ho scelto, ordinandoli secondo un mio personale percorso logico, alcuni estratti a mio avviso esemplari del pensiero di Padre Paolo.

Motivo della sua missione a Raqqa. Sono venuto a Raqqa per incontrare la società civile, per ascoltare la voce delle persone secondo le loro esigenze e le loro priorità. (…) Sono venuto anche per negoziare la liberazione di un mio carisssimo amico Ahmad Hajj Saleh (allora arrestato dall’Isis). (…) Perchè la liberazione delle persone rapite è l’inizio per trovare una soluzione alla guerra e portare a termine la thaura (rivoluzione/rivolta). (…) Sono venuto qui per ricordare  a me  e  ai siriani che dobbiamo lavorare per la riconciliazione (musalaha) (…) la libertà deve essere per tutti i siriani. (…) Dobbiamo mettere da parte i nostri odi personali le differenze ideologiche e confessionali per costruire assieme la Siria (…). (28 luglio 2013, da un’intervista rilasciata a Al’an, una tv siriana delle opposizioni)

Previsioni di una guerra imminente. Nel giugno del 2011, in controtendenza rispetto alla posizione tanto del regime che della rivoluzione, scrivo ai massimi rappresentanti della Chiesa cattolica, significando che la guerra civile è già iniziata sul territorio e che, senza un rapido successo politico della rivoluzione con garanzie internazionali, i cristiani rimarranno intrappolati nel conflitto e partiranno, come in Iraq! Occorre, dicevo, attivare una iniziativa internazionale per uscire dalla contrapposizione Russia – Nato e Iran – arabi sunniti e turchi… (17 giugno 2013, Risposta alle accuse di Tradimento, dalla pagina Facebook di Padre Paolo)

Posizione dei cristiani. Posso assicurare che sono meno isolato tra i cristiani siriani di ciò che si può immaginare, la mia voce però è una delle poche note che si siano levate a dire che noi cristiani non possiamo rimanere col regime torturatore e oppressore e neppure possiamo restare neutrali. La storia è a un punto di non ritorno, e noi da che parte siamo? Immaginiamo per un attimo che, anche con l’aiuto determinante dei cristiani, il regime riesca a schiacciare la rivoluzione… Possiamo prevedere 500 mila morti e 10 milioni di fuoriusciti. Cosa rimane della nostra testimonianza cristiana? Anche a ipotizzare l’improbabile ritorno in Siria dei cristiani, cosa ci torneranno a fare dopo aver accettato un simile genocidio? (17 giugno 2013, Risposta alle accuse di Tradimento, dalla pagina Facebook di Padre Paolo)

La vera Musalaha e la Musalaha di regime. Nelle informazioni sulla Siria offerte in queste ultime, drammatiche settimane da alcuni media cattolici si parla molto di riconciliazione e si citano le testimonianze di ecclesiastici importanti e religiose. Effettivamente a Homs alcuni sacerdoti esemplari hanno tentato di stabilire dei comitati di base di riconciliazione, musalaha, per ristabilire il buon vicinato ferito a morte dai tremendi eventi dei mesi scorsi. Ciò è avvenuto in collaborazione con rappresentanti musulmani della base e con persone che si trovano tanto nelle zone sotto controllo dei rivoluzionari come in quelle sotto controllo del regime o in zone miste, dove cioè una facciata di legalità si compone con una sostanziale partecipazione della popolazione alla rivoluzione. Questa iniziativa è stata “recuperata” dal regime ed è diventata una forma di collaborazionismo dove in nome della riconciliazione si vuole semplicemente ritornare al passato mitologico della Siria dell’armonia interreligiosa garantita dal regime degli Asad. Quasi che non si piangano decine di migliaia di morti, imprigionati, torturati ecc. (27 luglio 2012, Popoli, Siria, impegno per la pace e amnesie)

Su alcuni ecclesiastici. Ciò che purtroppo disgusta dell’attitudine di alcuni ecclesiastici (gli unici che parlano ad alta voce, visto che altrimenti subirebbero il mio stesso trattamento o peggio) è la negazione delle immense sofferenze di questo popolo oppresso da una dittatura che ha regnato sistematicamente attraverso il terrore della tortura, della prigione ed ogni altro genere di vessazione e indottrinamento. Questa amnesia è intollerabile e il popolo siriano non potrà perdonarla facilmente… La teoria negazionista, che vede nel processo siriano in corso null’altro che un progetto islamista terrorista e nella repressione null’altro che una normale campagna antiterrorista, è malvagia in radice perché coscientemente e intenzionalmente menzognera. Nessun calcolo “cristiano” può giustificare che degli ecclesiastici, uomini e donne, ne diventino il megafono o il sottile strumento di diffusione, specie utilizzando il complesso islamofobo d’un vasto settore dell’opinione occidentale. (27 luglio 2012, Popoli, Siria, impegno per la pace e amnesie)

“Umanitari Fondamentalisti”. Negli ultimi mesi è apparso sempre più forte un altro alleato di Bashar. Si tratta degli umanitari fondamentalisti. Parlarne è difficile perché si passa per crudeli e insensibili. La posizione ha trovato forse la sua espressione più sublime nelle parole a Damasco del patriarca maronita (Bishara al Rai) venuto a presenziare, all’ombra del regime, l’intronizzazione del nuovo patriarca, amico dei russi, greco ortodosso (Youhanna X Yazigi) – cito a memoria – : “Una goccia di sangue d’un bambino vittima della violenza vale tutta la democrazia”. Pazienza per le decine di migliaia di torturati in prigione… i bambini soffrono, meglio assoggettarci tutti a Bashar, vedrai che poi si converte. Aleppo ha fame, cosa importa la libertà. Non vedete che Bashar è senza scrupoli, che non si arrende, che massacra senza pietà? Allora arrendiamoci noi. E sembra saggio! Tutti i violenti sono cattivi. La guerra è sempre cattiva… Basta, basta, meglio il dittatore! Tanto poi chi viene dopo è peggio… (15 luglio 2013, L’Huffington Post, Chi sta con Bashar?)

Madre Mariam Agnes de la Croix. Suor Agnes sa bene come dosare le parole ed è solo, ripeto e sottolineo, l’espressione clericale (abile) dell’azione di manipolazione menzognera del regime siriano. Suor Agnes si autoproclama capo di un movimento che non esiste sul terreno, Musalaha (Riconciliazione, ndr), ed è un vero problema perché per lei l’interpretazione dei fatti è sempre selettiva e a senso unico: la rivoluzione è terrorismo! (9 gennaio 2013, Reset, Siria: uscire dal baratro voluto da Assad, prima che sia tardi)

Alcuni mesi fa la nota religiosa attivista pro Bashar Marie Agnes è stata invitata a Parigi dall’associazione Francia-Israele proprio per spiegare che, nonostante le debolezze del sistema siriano, in definitiva era l’unico in grado di frenare le orde islamiste… La stessa religiosa e un patriarca cattolico siriano si recarono a Bucarest nell’agosto del 2012, al congresso dei Popolari europei, per convincere i cristiani democratici di dove fosse il vero interesse delle Chiese. Il risultato fu la paralisi dell’Europa sulla questione siriana e l’infinito tira e molla sull’embargo. (15 luglio 2013, L’Huffington Post, Chi sta con Bashar?)

Cristiani vessati. La condizione della riconciliazione è il ristabilimento della giustizia e il rispetto dei diritti umani, quindi la caduta di questo, infinitamente discreditato, regime. Naturalmente non si tratta di assumere un’ingenua attitudine acritica nei confronti dell’Islam, in Siria e altrove. È sacrosanto denunciare le violenze contro i cristiani in Nigeria, in Pakistan, ovunque. È doveroso impegnarsi, assieme ai musulmani, a combattere gli estremismi specialmente se armati (con armi convenzionali e non, di stato e non) e lavorare alacremente alla riabilitazione e la rieducazione dei giovani caduti nelle trappole estremiste di qualunque colore e tendenza.  (27 luglio 2012, Popoli, Siria, impegno per la pace e amnesie)

Comunità internazionale. La comunità internazionale non può rassegnarsi a fare della Siria il tragico teatro d’una immensa carneficina repressiva e poi, anche nel caso d’una effettiva caduta del regime a Damasco, d’una lunga e sanguinosa guerra civile tra sunniti e sciiti sulla costa mediterranea. Per le Chiese naturalmente questa sarebbe una condanna a morte.  D’altro canto la Siria non può essere il luogo di confronto armato tra interessi geo-startegici atlantici e russi. (27 luglio 2012, Popoli, Siria, impegno per la pace e amnesie)

Crimini contro l’umanità. Si registrano, è vero, delle derive criminali abominevoli in alcuni gruppi della rivoluzione siriana. Il fatto che siano probabilmente teleguidati dal regime non risolve il problema. È preciso dovere della comunità internazionale d’istituire fin d’ora una corte di giustizia per i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra in Siria. Essa sarà indipendente e perseguirà i crimini di tutti. (19 luglio 2013, L’Huffington Post, La morale cristiana e l’arma chimica siriana)

L’Occidente. È chiaro che per lo schieramento sunnita non resta che provare a difendersi impiegando i gruppi estremisti, gli unici autonomi sul piano dei finanziamenti e gli approvvigionamenti. Pazienza per la Siria, avremo un nuovo Afghanistan, una nuova Somalia. Pessimi calcoli quelli occidentali. L’omissione di soccorso al popolo in disgrazia non si paga solo nel Giorno del Giudizio. Il conto salatissimo lo pagheranno i nostri figli nel cuore dell’Occidente. (1 luglio 2013, L’Huffington Post, I nostri figli nel cuore dell’Occidente pagheranno la nostra indifferenza sulla Siria).

Islamismo Radicale. Una volta definito dal regime, e dai suoi amici, il “pericolo islamista” in Siria, la comunità internazionale si è autolegittimata a mantenere una posizione attendista: la democrazia non ci sarà in Siria, quindi non c’è motivo di attivarsi per la democrazia dei siriani. Siamo di fronte a un paradosso; questa posizione attendista ha creato le condizioni per l’espansione dell’islamismo radicale. La rivoluzione, nel suo complesso, ha condannato le prime azioni di questi gruppi come azioni complottiste condotte dallo Stato siriano. Io non ho mai ceduto a questa tentazione, ma la manipolazione teleguidata non è una novità all’interno del panorama siriano; ci sono state manipolazioni di regime di cellule estremiste. Senza semplificare dico che l’attività dell’estremismo islamico faceva parte sin dall’inizio del postulato di Stato secondo cui la rivoluzione era terrorismo pagato dagli stranieri; quando poi quest’area ramificata, complessa ed efficace, è stata in grado di prendere l’iniziativa e la testa della rivoluzione sul piano militare, questi gruppi hanno provocato nella comunità internazionale una autogiustificazione a non agire. È stato fatto un incredibile errore di calcolo e questi stessi gruppi sono esplosi in mano al regime. (9 gennaio 2013, Reset, Siria: uscire dal baratro voluto da Assad, prima che sia tardi)

Islamismo politico. Ho sempre dichiarato che l’islamismo politico è una grande realtà regionale e che non è immaginabile che si debba rinunciare alla democrazia, ai diritti civili e all’autodeterminazione dei popoli per continuare a sopprimere il programma islamista, sia esso salafita o dei Fratelli musulmani o di gruppi più o meno moderati. Si tratta di un soggetto politico plurale non aggirabile ma tuttavia esposto ad evoluzione, spesso rapida. Per questo ho sempre curato la relazione coi leader naturali, scelti e seguiti dalla piazza e dal popolo delle moschee, dei musulmani siriani, rifiutandomi di appiattirmi sulle autorità approvate e nominate dal Regime. (17 giugno 2013, Risposta alle accuse di Tradimento, dalla pagina Facebook di Padre Paolo)

Regime e negoziati. Il regime vuole i negoziati nella misura in cui ha bisogno di altro tempo per continuare la distruzione sistematica della Siria e entrare così nella fase tre e tentare di riprendersi in mano il Paese. (9 gennaio 2013, Reset, Siria: uscire dal baratro voluto da Assad, prima che sia tardi)

Alawiti. Oggi occorre proteggere i sunniti dalle orribili vessazioni degli shabbiha – i miliziani in maggioranza alawiti, ma anche cristiani – di Bachar al Asad, ma domani occorrerà proteggere le loro famiglie e i loro quartieri e villaggi dalle vendette di quegli estremisti che l’irresponsabilità internazionale ha favorito. (27 luglio 2012, Popoli, Siria, impegno per la pace e amnesie)

La Siria non può vincere la rivoluzione lasciando sul campo centomila morti alawiti. Bisognerà trovare il modo, anche ideologico e teologico, per dire che non ci sarà vendetta nei confronti degli alawiti e che tutti i criminali saranno giudicati con equità. (9 gennaio 2013, Reset, Siria: uscire dal baratro voluto da Assad, prima che sia tardi)

Onu ed Hezbollah. Le stragi che si susseguono assomigliano sempre più a un genocidio: bisogna fermarle subito! Per questo, se non si è riusciti ad ottenere dall’Onu l’invio in Siria di caschi blu come forze di interposizione, si dia un mandato più ampio alle forze di pace internazionali, già presenti in Libano, per impedire che le milizie libanesi di Hezbollah penetrino in territorio siriano e partecipino in forze all’assedio e all’attacco di città siriane ribelli. (4 luglio 2013, L’Huffington Post, Appello per imporre alla Siria e in Siria un immediato cessate il fuoco)

L’Italia e Asad. Se il regime di Asad vincesse militarmente la guerra civile in corso, con quale coscienza l’Italia e l’Europa riprenderebbero affari e relazioni normali con un governo criminale, che ha soffocato sin dall’inizio le pacifiche manifestazioni della sua gente e ha aperto il paese alla violenza di milizie esterne? (4 luglio 2013, L’Huffington Post, Appello per imporre alla Siria e in Siria un immediato cessate il fuoco)

Morale cristiana e “uso della violenza”. Con inspiegabile ritardo, la Chiesa si è ormai convinta che la democrazia faccia parte dei diritti inalienabili delle persone umane e che quindi, se da un lato è sicuramente meglio quando la si può difendere e ottenere in modo non violento, resta d’altro canto vero che l’uso della forza per difendere una democrazia in grave pericolo o liberarsi dalla dittatura è legittimo nel quadro dell’insegnamento cattolico. (19 luglio 2013, L’Huffington Post, La morale cristiana e l’arma chimica siriana)

Arrendersi o combattere? È lecito chiedersi se, vista l’orribile efficacia della repressione del regime siriano, nell’ambito dell’ignavia internazionale, non fosse più morale arrendersi al regime stesso per evitare il peggio. Certo questo corrisponderebbe eventualmente all’insegnamento etico ecclesiale sulla proporzionalità dell’uso della violenza, anche calcolato sulle possibilità ragionevoli di successo. Molti di noi si erano chiesti fin dall’inizio se fosse realistico insorgere in modo non violento contro un simile regime, ben conoscendone la crudeltà e mancanza di scrupoli. La deriva violenta poi, conseguenza della repressione, appariva come una prospettiva infinitamente dolorosa e pericolosa. In questo, certo, la mancanza di chiarezza dei democratici occidentali è stata una vera trappola. Ci hanno spinto a muoverci promettendoci protezione e solidarietà e ci hanno vigliaccamente abbandonato; poi ci giudicano se ci siamo rivolti malvolentieri ai loro nemici per salvarci dal genocidio promessoci dagli Asad. (19 luglio 2013, L’Huffington Post, La morale cristiana e l’arma chimica siriana)

Elogio delle armi chimiche? Quando il Presidente Obama ha fissato la linea rossa delle armi chimiche, ha di fatto consentito di utilizzare impunemente tutte le altre contro il popolo siriano… Ma guardiamo alla cosa dal punto di vista etico della rivoluzione siriana. Ammettiamo per un istante che ci fossimo appropriati di armi chimiche sottratte agli arsenali di regime conquistati eroicamente. Immaginiamo di avere la capacità di usarle contro le forze armate del regime per risolvere il conflitto a nostro favore e salvare il nostro popolo da morte certa. Cosa ci sarebbe d’immorale? Tutte le armi possibili sono usate contro di noi. È ampiamente dimostrato che il regime fa esperimenti micidiali d’uso delle armi chimiche contro i partigiani rivoluzionari e la popolazione civile, proprio per vedere di superare quella maledetta linea rossa impunemente. (19 luglio 2013, L’Huffington Post, La morale cristiana e l’arma chimica siriana)

Minaccia verso l’Occidente o allarme. Se ci lasciate sbranare dal regime assassino, allora, ve lo promettiamo, la necessaria doverosa e disperata autodifesa ci consiglierà, ci obbligherà a costituire un tale micidiale pericolo alla sicurezza regionale da obbligarvi ad assumervi comunque le vostre responsabilità. Siete di fronte a gente che ha perso tutto, gli occhi sono accecati dalle croste delle troppe lacrime, i nostri figli sono crocefissi nelle galere del vostro alleato oggettivo… Non è per minacciare, è invece per allarmare riguardo ad un pericolo oggettivo e già reale che mi lascio andare a propositi così drammatici. Ogni giorno, dei giovani rivoluzionari democratici, male armati e affamati, passano ai gruppi islamisti meglio organizzati, più motivati, meno digiuni, più addestrati e più garantiti di vita eterna in caso ci si debba sacrificare. (19 luglio 2013, L’Huffington Post, La morale cristiana e l’arma chimica siriana)

Risposta a un lettore. Ho fatto 25 ore di autobus dall’Iraq fino a Gaziantep dove sono ora a lavorare con giovani siriani in gamba a questioni inerenti ai diritti delle persone, la mediazione e la riconciliazione civile … mi piacerebbe farli conoscere a quel signore che pensa che non ci sono né ideali né idealisti nella nostra rivoluzione.  Ma lei pensa che dovrei riprendere punto per punto a tutte le accuse? Francamente non mi pare necessario e vedo che tra i lettori ho degli ottimi avvocati. Invece inviterei i siriani nelle diverse loro posizioni ad esprimersi di più e possibilmente col coraggio del loro nome e cognome. E’ interessante notare che i sostenitori del Presidente Asad ne hanno una tale paura, anche all’estero, che non osano esprimersi apertamente. Oddio, a meno che già non temino le vendette islamiche anche in Italia… Insomma sarà difficile salvare la Siria, e l’Italia d’altronde, se ci nascondiamo! (primavera 2013, apparso su una pagina Facebook in cui apparivano menzioni del lavoro di Padre Paolo. La pagina è andata perduta).

Risposte alle accuse di tradimento. Non tento neppure di rispondere qui a coloro che sono organicamente parte attiva della propaganda del regime mafioso di Bashar al-Asad… Il loro metodo sistematico è quello della menzogna e della distorsione delle informazioni. Si assumono delle gravi responsabilità anche penali giacché si rendono complici di orribili e continuativi crimini contro l’umanità. Nessun amore di Chiesa, nessuna solidarietà coi cristiani orientali, nessuna islamofobia possono giustificare dei crimini contro il dovere di informare secondo verità e di astenersi da manovre di manipolazione menzognera dell’opinione pubblica e dei responsabili politici internazionali (17 giugno 2013, Risposta alle accuse di Tradimento, dalla pagina Facebook di Padre Paolo).

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