Pace per la Siria. Per i cristiani o per sdoganare Asad 3/3

(di Alberto Savioli, da SiriaLibano). La sofferenza dei cristiani, secondo il Papa, non va disgiunta dalla sofferenza di tutti i siriani. E’ un tema di estrema attualità, anche alla luce delle recenti visite in Italia della deputata siriana cristiana Maria Saadeh e del Patriarca Gregorio III Laham.

Nella prima parte di questo articolo si è evidenziato come la rete di sostegno a questi rapprentanti cristiani sia di sostegno al regime del presidente Bashar al Asad. Nella seconda parte si è entrato nel merito di quanto affermato nel corso di interviste pubbliche, da parte della deputata siriana Maria Saadeh.

In questa terza parte vengono prima di tutto riportate le dichiarazioni del patriarca greco-melkita cattolico Gregorio III Lahham. Si tenta quindi di far maggior chiarezza sul movimento di riconciliazione Musalaha. Infine si evidenzia come questi esponenti cristiani, in prima fila nella denuncia dei crimini contro la comunità cristiana, siano invece indifferenti o silenti quando i crimini vengono compiuti dal regime.

In merito alle interviste di Gregorio III.

Gregorio III sembra portare in ambito ecclesiastico i contenuti già espressi dalla deputata Maria Saadeh. Il patriarca da una parte afferma che i cristiani non sono sostenitori del regime totalitario di Asad, dall’altra sostiene che “anche se fossimo dalla parte del regime, sarebbe un nostro diritto come persone libere”.

Secondo il patriarca, le persone che manifestavano pacificamente contro il regime nei primi mesi della rivoluzione (1234) non avevano diritto di farlo (anzi, lui nega che ciò sia avvenuto) e il regime era evidentemente autorizzato a sparare su di loro. Tuttavia – afferma Gregorio III – se i cristiani fossero dalla parte del regime, in quanto persone libere, avrebbero il diritto di esserlo. Un concetto tutto personale della libertà.

Il 2 dicembre 2013 l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcr), Navi Pillay, ha affermato che sono state raccolte prove che indicano responsabilità “al più alto livello di governo, incluso il capo dello Stato” nel compiere “crimini molto gravi, crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. E’ la prima volta che l’Alto Commissariato dell’Onu accusa in modo così diretto Asad.

Le dichiarazioni di Gregorio III sono sconcertanti. Fanno sembrare Maria Saadeh una fine diplomatica. Il patriarca afferma: “È sbagliato dire che il governo siriano sta uccidendo civili innocenti” (vedi video, immagini forti!). E nella stessa intervista alla domanda del giornalista: “Quindi non crede che Assad si stia macchiando di una strage e che l’opposizione abbia il diritto di essere ascoltata?”, risponde in questo modo: “l’opposizione è troppo divisa. Non può pretendere di essere l’alternativa valida a un regime che ha garantito stabilità per oltre quarant’anni. E poi non ha un vero esercito che l’appoggi”. Nella stessa intervista del 31 marzo 2013, a una domanda riguardante il pericolo per i cristiani rispondeva: “Finora la guerra non ha assunto dei risvolti confessionali”.

In quel momento la guerra non aveva assunto risvolti confessionali verso i cristiani, ma non era così per molti altri siriani. Nel numero cartaceo di marzo 2013 della rivista italiana di geopolitica LiMes, nell’articolo Tra Hamah e Homs epicentro delle stragi Eva Ziedan scriveva: “i più sanguinosi massacri di civili a sfondo confessionale nella Siria in rivolta sono avvenuti nelle regioni centrali (…) il regime ha trasformato le località alawite in avamposti militari dai quali bombardare (…) le località sunnite. Da Suqaylabiyya e Muhrada (entrambe a maggioranza cristiana)… e dai vicini villaggi alawiti, sono state a lungo attaccate le cittadine sunnite di Kurnaz, Latamina, Kafr Zita”.

Intervistato dopo una lezione teologica e storica alla Facoltà Pontificia di Cagliari, Gregorio III dichiarava: ““Si tratta prima di tutto di una guerra mediatica, fatta di cattiva informazione e di tante bugie. Io non so dove sia la verità, non so se sia dalla parte dell’opposizione o del regime. Ma poi – dice il religioso non senza una punta di sarcasmo – di  quale opposizione stiamo parlando, visto che di opposizioni ce ne sono tante e sono spesso in guerra fra loro?”.
A chi gli chiede quale ruolo abbia avuto il presidente Asad nel prolungarsi del conflitto, il Patriarca Gregorio III  non aveva dubbi: “Alcuni mi hanno chiesto di schierarmi contro il regime. Io non sono pro o contro il regime, io sono a favore della Siria, della pace e della convivenza”.
Nelle dichiarazioni del Patriarca a volte si eludono le domande e non vi è una esplicita dichiarazione di fedeltà al regime, sono le sue omissioni a connotare questa strategia.

 

Musalaha, “riconciliazione”. 

Mariam Agnes del la Croix, il premio nobel per la pace Maired Corrigan-Maguire, Paul Larudee e altri ancora, sono i promotori di un movimento di Riconciliazione (Musalaha). Per questo movimento, sostenuto anche da Gregorio III, il regime ha di fatto istituito un apposito ministero, il Ministero per la Riconciliazione, il cui ministro Ali Haydar era compagno di classe di Bashar al Asad. Questo ministero sembra avere come unico scopo quello di trattare con il movimento Musalaha di Madre de la Croix (nella foto a destra una sorridente Madre Agnes baciata da al Jaafari, ambasciatore di Bashar al Asad all’Onu).
Vi sono molti movimenti di riconciliazione riguardanti la società civile siriana, sia nei territori controllati dal regime che in quelli in mano ai ribelli, eppure nessun altro movimento è accreditato di questi onori.
Un gesto significativo della volontà di dialogo e riconciliazione del regime, almeno con la parte non violenta dell’opposizione, sarebbe stato la liberazione dei detenuti non violenti.
 
Il 14 maggio scorso la pagina facebook del Syrian Nonviolence Movement (Snm), ha pubblicato un dispaccio mandato da Paul Larudee (di Musalaha) al Free Palestine Movement, in cui si dice che la delegazione di Musalaha ha incontrato il ministro siriano della giustizia, Najm al Ahmad, presentando una petizione per la liberazione di 72 attivisti non violenti.
 
Il 9 maggio il ministro dichiarava che in linea di massima il governo aveva approvato la liberazione dei prigionieri. Larudee concludeva il dispaccio nel modo seguente: “Se il governo siriano vuole dare un’impressione forte della sua buona volontà, rilascerà tutti i prigionieri elencati in una sola volta prima della fine della settimana. Se decide di non rilasciare tutti loro, potrebbe ancora farlo a tappe, senza fanfare”. A distanza di sette mesi la maggioranza di quei detenuti sono ancora in carcere, pochi altri erano già stati rilasciati al momento della presentazione della lista.
 
Così mi scrive il Syrian Nonviolence Movement: “quando Paul Larudee si è rivolto a noi per chiedere la lista (dei detenuti non violenti nelle carceri siriane) da portare alla delegazione di pace (Musalaha), abbiamo pensato: ‘vediamo se siamo in grado di portare il regime a esprimersi su promesse vuote che farà loro. (Facciamo) tutto ciò per i prigionieri di coscienza”.
 
Il Snm consegna dunque a Musalaha (tramite Larudee) una lista di 72 detenuti non violenti per i quali Musalaha dovrebbe chiedere al regime la loro liberazione. Su questa lista Gregorio III e Musalaha tacciono. L’hanno consegnata al Regime? Se l’hanno consegnata come dice Larudee, dovrebbero raccontare ai media di questo importante gesto, come dice anche il Snm: “Noi Snm apprezziamo gli sforzi di Mussalaha e della delegazione internazionale di pace per liberare i prigionieri di coscienza non violenti. La lista presentata dai delegati è stata fatta sotto l’egida della nostra petizioneNoi crediamo che gli impegni assunti dal regime siriano con questa delegazione internazionale di pace dovrebbero essere resi noti, per considerare il regime responsabile di quello che ha detto loro”. Tuttavia nelle relazioni online della delegazione si tace su questo punto. Forse parlarne avrebbe significato dichiarare di fronte ai media che il regime incarcera persone non violente.
 
Leggendo le relazioni di Musalaha mi ha sorpreso il fatto che la figura del regime è sempre presente, tuttavia non vi è traccia della controparte. Nel comunicato n° 2 di Musalaha del maggio 2013, è Paul Larudee a far luce su queste dinamiche quando dice al punto 5: “Non abbiamo sentito alcun intervento da parte dell’opposizione.” E continua: “Per chiarire il punto 5, dirò che ci sono libanesi alleati con l’opposizione armata, e combattenti dell’opposizione in Libano”, ma non vi è alcun commento sui numerosi combattenti Hezbollah a sostegno del regime. Continua Larudee: “La mia esperienza con l’opposizione non violenta è che anche loro sono intolleranti verso quei siriani che sostengono il regime (…). Finché alcuni siriani rifiutano di rispettare le opinioni di altri siriani, ho paura per il futuro della Siria”.

Silenzio per il cristiano Basel Shehadeh e per l’assedio di Muaddamiyeh.

Nel maggio del 2012 moriva Basel Shehadeh, ucciso durante il bombardamento dell’artiglieria del regime mentre stava filmando e documentando le condizioni umanitarie e quello che stava accadendo nel quartiere di Bab Sba’, a Homs.

Basel Shehadeh era un giovane regista – cristiano – esperto di computer. Su YouTube lo hanno chiamano “il martire della comunità cristiana”, per ribadire di fronte al regime che la rivoluzione in Siria non è confessionale, perché Basel pur essendo cristiano era al fianco di questi presunti “terroristi” e viveva con loro.

La messa per commemorarlo si sarebbe dovuta svolgere il 31 maggio nella chiesa cattolica di San Cirillo, nel quartiere di Bab Tuma a Damasco. Ma i servizi di sicurezza del regime hanno impedito la celebrazione di questa messa. Hanno impedito alla famiglia di pregare per il ragazzo ucciso. Ma non si sono limitati a questo, hanno anche arrestato alcune persone arrivate per seguire la funzione religiosa.

Amici e conoscenti si sono radunati comunque fuori dalla chiesa e hanno cominciato a pregare. Sono stati subito circondati dalle onnipresenti mukhabarat e accusati di essere “provocatori”. Senza lasciarsi intimidire hanno continuato a pregare intonando persino l’inno nazionale, finché non si sono sentiti degli spari che li hanno costretti ad andar via. Una manifestazione lealista è stata inscenata proprio davanti alla casa di Basel Shehadeh, con il ben noto coro: “Allah Surya Bashar w bas” (Dio, la Siria, Bashar e basta).

Nei racconti di Gregorio III Laham e Maria Saadeh non c’è spazio per questi cristiani. Non sono funzionali alla propaganda che vuole il regime loro difensore, a patto di non schierarvisi contro. Durante le stragi confessionali del 2012 – Hula, Halfaya, Qubayr, Turaymisa – gran parte dei media italiani e molti organi di stampa non hanno dedicato lo stesso tempo che stanno dedicando all’attacco di Maaloula da parte dei ribelli. In parte è comprensibile che da cattolici si dia particolarmente risalto alla difficoltà delle comunità cristiane in Medio Oriente. Ma non è normale che vengano adottati due pesi e due misure da uomini di chiesa o da chi si occupa di giornalismo.
Il 25 ottobre sul sito dell’Agenzia Fides è comparsa la denuncia del Metropolita Silwanos Boutros Alnemeh, titolare dell’arcidiocesi siro-ortodossa di Homs e Hama, che ha lanciato un appello alle istituzioni e organizzazioni umanitarie internazionali a nome delle popolazioni civili – circa 3mila persone – assediate nei villaggi di Sadad e Hofar.
Giusta è la richiesta di Fides, e giusta è la condanna verso quei gruppi salafiti che stanno attaccando i cristiani in quanto tali. Quello che non è giusto è il silenzio di fronte alla stessa situazione, quando ad essere messi sotto assedio sono i musulmani di Muaddamiyeh (Damasco) e l’assediante è il regime. Non penso sia questa la Chiesa voluta da Papa Francesco. Anche in questo modo si fa propaganda, con informazioni parziali e unidirezionali.

Tentativo di sdoganamento del regime?

Emblematico di questa posizione e del tentativo di sdoganare il regime siriano è l’articolo apparso sul sito cattolico Zenit, che titola l’intervista alla Saadeh in questo modo: L’Europa tenda la mano ad Assad, per il bene dei siriani”. Verso la fine dell’intervista si legge: “l’oggetto della nostra conversazione a questo punto cambia, passando da chi fomenta la guerra a chi sostiene la causa della pace. L’incontro tra Papa Francesco e il presidente russo Putin, avvenuto lunedì scorso in Vaticano, è considerato dalla Saadeh un “gesto simbolico importante, poiché è l’unione tra uno Stato che finora ha sempre protetto la Siria dai tentativi di un attacco esterno e uno Stato che porta avanti la cultura della pace in tutto il mondo”.

In base a questa affermazione della Saadeh- considerare la Russia come la protettrice dello stato=regime siriano – è chiara anche la costante richiesta di Gregorio III: Ci appelliamo al mondo intero perché si blocchi l’invio di armi in Siria. Altro non è che un appello perché si blocchino le forniture di armi ai ribelli. Tanto poi ci penserà Asad a risolvere le cose e a fare la “pace” a modo suo.

Non va dimenticato che nel momento in cui sui media internazionali campeggiano gli orrori delle brigate fondamentaliste e Gregorio III e la Saadeh chiedono un riavvicinamento con il regime per il bene dei cristiani, quest’ultimo bombarda con l’aviazione le città di al Bab e Membij (a nord-est di Aleppo) facendo strage di civili.

Le richieste del Patriarca e della Saadeh di una pace per la Siria e la fine del conflitto non possono che trovare sostenitori. Ma la pace non può essere la pace di una minoranza o di un gruppo a scapito di altri. Non si può parlare di pace solo se riguarda la nostra comunità ma non le altre. Su questo punto si è espresso bene Papa Francesco quando ha detto: ” il vescovo di Roma non si può dire in pace finché ci sono uomini, di qualsiasi religione, la cui dignità è violata, e sono in fuga dalle loro regioni come rifugiati”.

La pace non è solo la fine di un conflitto, ma è il ristabilimento della giustizia. Quindi, una pace che sia un lasciapassare per Asad e uno sdoganamento del suo regime dittatoriale, che è uno dei responsabili di quanto sta succedendo, non può essere considerata una pace.

Senza voler dubitare della buona fede di questi rappresentanti cristiani e volendo considerare la loro “vicinanza” al regime, come un lecito tentativo di proteggere la comunità cristiana, non si può fare a meno di considerare che forse il regime sta utilizzando la sofferenza dei cristiani per riabilitarsi agli occhi del mondo all’indomani dell’accusa di “crimini contro l’umanità” rivoltagli dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Profetiche risultano le parole di Eva Ziedan (LiMes, cit): “Sin dall’inizio delle proteste (…) il regime ha tentato di confessionalizzare la rivolta per poi presentarsi ai media locali e stranieri come l’unico garante dell’incolumità delle minoranze religiose”.

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