Per una città del sole?

downloadOggi Cevengur apre al pubblico. Lo fa interrogandosi su una delle tante, possibili utopie – o distopie – che si sono avvicendate nella storia. Com’è nella sua idea fondante. LG

Tommaso Campanella costituisce una pietra miliare del pensiero politico dell’età moderna. È nato nel 1568 in Calabria, a Stilo, ed è morto nel 1639. Campanella vive quando la decadenza italiana è in pieno sviluppo (la dominazione spagnola si è  consolidata con il trattato di Cateau Cambresis del 1559) e si risentono gli effetti della rottura dell’unità cristiana ad opera di Lutero. Nella Città del Sole Campanella si confronta con il nuovo problema: in seguito alla Riforma protestante i cristiani non costituiscono più una unità. Egli è, nonostante certe apparenze, un pensatore della Controriforma. Vive tra Carlo V e Luigi XIV, in un’età in cui prima la Spagna sembra imporsi come potenza universale, poi inizia a decadere  a vantaggio della Francia, fino al profilarsi dell’astro di Luigi XIV, nato un anno prima della morte di Campanella. Campanella, quale cultore di astrologia, aveva previsto per il nascituro Luigi XIV un grande avvenire e nell’ ecloga composta in occasione della nascita del futuro Re Sole, lo aveva designato fondatore di una città eliaca: l’immagine solare che aveva elaborato nellaCittà del Sole  Campanella pensò di vederla prefigurata dagli astri nell’opera di  Luigi XIV.
Al cospetto della formazione degli Stati territoriali, che era stata considerata ormai un dato di fatto da Machiavelli, Campanella  spera ancora nella nascita di un potere unico che ponga la base di una comunità universale. Prima auspica che sia la Spagna a creare un fondamento comune di tutta la cristianità, poi, di fronte alla irresistibile decadenza della Spagna, vede nella Francia la potenza mondiale che potrà creare l’unità politica, premessa dell’unità religiosa e morale dell’umanità intera.
Dal punto di vista filosofico, Campanella si colloca tra l’uscita del De rerum natura iuxta propria principia di Bernardino Telesio, il filosofo naturalistanato a Cosenza, e il Discorso sul metodo di Cartesio del 1637. La sua è una personalità sfaccettata, con uno sguardo rivolto verso il Medioevo, verso  la magia, verso l’astrologia, e uno sguardo rivolto verso il mondo moderno, verso  la scienza. Ha scritto nel 1616 l’Apologia per Galileo in difesa della libertas philosophandi del grande scienziato. Da una parte manifestava apertura verso la scienza e difendeva Galilei, dall’altra si sentiva vicino a Bernardino Telesio ed era convinto dell’importanza della magia e soprattutto della astrologia. «Anche l’utopia della società moderna che egli aveva raffigurato nella Città del Soleera una testa di Giano con una faccia medievale e una moderna e rappresentava una teocrazia medievale naturalizzata», scrive Friedrich Meinecke.
Nel 1588 riconosce come guida Bernardino Telesio, suo conterraneo, deponendo sul feretro del maestro un suo componimento poetico. Campanella era un domenicano. La sua inclinazione per il naturalismo telesiano fa nascere sospetti nei suoi confronti negli ambienti della Controriforma quando ha appena vent’anni. Pochi anni dopo ha un colloquio con un intellettuale ebreo,  cosa che a quell’epoca implicava l’essere sospettati di eresia; il tribunale dell’Inquisizione viene a conoscenza di questo colloquio e Campanella nel 1594 viene imprigionato nel carcere romano dove si trova rinchiuso anche Giordano Bruno. Dopo varie vicissitudini riesce a dimostrare la propria innocenza, esce dal carcere, ma poco tempo dopo qualcuno in punto di morte rivela conversazioni avute con Campanella, che avrebbe manifestato dottrine di carattere eretico. Siamo nel 1597 e Campanella viene riconsegnato ai suoi superiori, che gli ingiungono di tornare in Calabria. Qui Campanella inizia a tessere una rivolta antispagnola. In Calabria alla fine del ‘500 serpeggiava malcontento: i calabresi avevano sperato che la Spagna ponesse freno all’arbitrio dei baroni, della feudalità, ma all’arbitrio dei baroni s’era aggiunto quello degli spagnoli. Le campagne calabresi presentavano un forte fermento antispagnolo. Campanella si pose alla testa di questo fermento, ma in una chiave politico-religiosa: per lui si doveva mirare a che l’umanità fosse unificata da un’unica religione in un’unica comunità politica, come farà intravedere nella Città del Sole. Egli era convinto che: «la fine del mondo era presta, e che innanzi a questo era da essere una repubblica la più mirabile del mondo,  e che li monaci di San Domenico l’aveano da preparare secondo l’Apocalisse, e che avea da cominciare l’anno 1600».
La possibilità concreta che nascesse una comunità politica universale fu da lui in un primo momento – come abbiamo detto – identificata nella potenza spagnola. La Spagna era la dominatrice del nuovo mondo, del Sud America, sembrava destinata al controllo del continente europeo, ma  Campanella le rimproverava di non governare in nome di princìpi veramente cristiani, bensì in nome di interessi particolari, come si manifestava chiaramente nella sua terra d’origine, in Calabria, e si pose alla testa del moto antispagnolo calabrese (1599). Gli spagnoli, avendo avvertito segni di rivolta, promettono forti ricompense a chi dia notizie di complotti, e attraverso delazioni scoprono la congiura. Campanella riesce a rifugiarsi presso un contadino, ma questi prima lo nasconde in un pagliaio,  poi lo denuncia agli spagnoli.  Viene portato a Napoli con altri centocinquanta congiurati su quattro galere. Gli spagnoli temono che l’esempio calabrese possa contagiare Napoli, pertanto  quando questi navigli stanno arrivando nel porto impiccano alcuni congiurati, in modo che le navi attracchino con corpi penzolanti ai pennoni. La gran folla di curiosi riunita sul porto viene ammonita da questo spettacolo. Il carico umano che discende viene sottoposto a interrogatori dagli spagnoli, ma anche dall’Inquisizione, nel sospetto che oltre ad essere in atto una rivolta antispagnola ci siano fermenti di carattere eretico.
Agli inizi del 1600 alcuni congiurati, interrogati, sostengono che un tale frate domenicano, Tommaso Campanella, da qualche tempo stava propagando idee eretiche, secondo le quali Cristo sarebbe stato semplicemente un uomo e inferno e purgatorio non esisterebbero; questo personaggio, sulla base delle sue indagini astrologiche, avrebbe sostenuto che nel 1600 ci sarebbe stato un grande rivolgimento e la Spagna avrebbe perso il suo potere. Campanella viene visto come uno dei principali ispiratori della congiura e di conseguenza viene sottoposto ad interrogatori molto stretti e alla tortura. Bisogna rilevare che la tortura, fino al famoso libro Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria, veniva considerata come un mezzo di prova: l’ammissione di colpevolezza sotto i tormenti della tortura veniva considerata una prova schiacciante; non si faceva la considerazione, a cui ci ha abituati Beccaria, che chi è più forte può resistere meglio al dolore fisico, per cui c’era il rischio che una persona debole sottoposta a tortura confessasse un reato che non aveva commesso, mentre un criminale abituato alla violenza resistesse fino a ingannare il giudice. Campanella viene sottoposto a tortura e ricorre a un espediente che lo salva: fa qualche ammissione di colpevolezza, senza accusare terzi, ma riduce questa sua colpevolezza al fatto di essere un astrologo che ha scorto nei cieli il segno che si sta per verificare un grande cambiamento storico.
Del processo di Campanella sappiamo tutto per un caso fortunato. Negli anni Settanta dell’Ottocento un medico napoletano, Luigi Amabile, appassionato di storia, andando a comprare  vecchie carte per alimentare il fuoco del camino di casa sua, si accorse di aver trovato su una bancarella l’intero carteggio dell’Inquisizione riguardante il processo a Tommaso Campanella. Amabile fu talmente entusiasta di questa scoperta, da lasciare la sua professione in età ormai avanzata e da dedicare gli ultimi dieci anni della sua vita a ricostruire tutto il processo di Campanella sulla base dagli atti dell’Inquisizione; dal 1882 pubblicò tre volumi con gli atti del processo ricostruiti accuratamente.
Agli inizi del 1600 Campanella, identificato come capo della congiura, fa qualche ammissione, in quanto capisce che se affermasse la sua estraneità, essendoci già troppe testimonianze contro di lui, verrebbe ancor più sospettato: preferisce quindi dare l’idea di essere debole e di voler collaborare coi giudici. Egli era in effetti di tempra molto forte. Le sue ammissioni lo fanno sentire tranquillo per qualche tempo, ma poi i giudici, passando all’escussione di altri testimoni, raccolgono ulteriori indizi a suo carico. Campanella capisce di dover ricorrere a un mezzo diverso per salvarsi e si finge pazzo mentre è imprigionato in Castel Nuovo, cioè nel Maschio Angioino. Secondo le dottrine condivise dall’Inquisizione, in caso di follia conclamata la pena di morte doveva essere sospesa per la considerazione teologica che se una persona è sana di mente si può pentire all’ultimo momento e quindi può andare in paradiso, ma se un criminale divenuto pazzo viene condannato a morte e si esegue la condanna lo si condanna di fatto all’inferno. I teologi controriformisti avevano cioè sostenuto che l’uomo può condannare a morte un altro uomo, ma non può condannare all’inferno, in quanto questo non rientra nei poteri umani.
Per mesi Campanella si finge pazzo, e anche in questo dimostra una straordinaria forza d’animo: fa credere che gli stenti della prigione e le prime torture  l’abbiano fatto impazzire,  ma i giudici non si fidano della sua follia e gli mandano spioni dietro la porta della cella per sorvegliarne il comportamento. Campanella se ne accorge e per sei mesi simula la follia affermando stranezze e addirittura un paio di volte, a rischio della vita, incendia il pagliericcio della sua cella. Nell’estate del 1600 viene sottoposto a una tortura usata in casi estremi: la “veglia”. La tortura normale era la “corda” e per praticarla bastava disporre di una corda e di una trave. La persona interrogata veniva legata con le mani dietro la schiena e poi veniva tirata a mezzo di una fune che passava sulla trave: dando uno strattone alla corda l’inquisito avvertiva un intenso dolore derivante dalla slogatura, dalla fuoriuscita degli omeri dal loro alloggiamento naturale; a volte oltre al boia che tirava la corda c’era qualcuno che tirava il torturato per i piedi. Questo sistema era comune in quanto di facile uso e in quanto non produceva lacerazioni della cute: non essendovi fuoriuscita di sangue non si correva il rischio di infezioni, a quell’epoca molto ricorrenti e spesso letali. I cosiddetti “tirapiedi”, inoltre, erano capaci di mettere a posto con un colpo energico, dopo la tortura, gli omeri nelle scapole, in modo che l’inquisito, passato un certo tempo, poteva tornare ai suoi movimenti naturali. La tortura della corda durava mezz’ora, al massimo un’ora. A Tommaso Campanella invece nel luglio del 1600 viene praticata la “veglia”, che implicava tratti di corda prolungati per quaranta ore: per due giorni il condannato non dormiva ed era continuamente interrogato. A ciò si aggiungeva un fatto ancora più grave: nel caso della “veglia” non ci si preoccupava delle infezioni e il condannato ogni mezz’ora veniva fatto sedere su una specie di cuneo appuntito, venendo così lacerato nelle carni: Campanella perse circa due libbre di sangue durante la “veglia”.
Con una forza d’animo incredibile, riesce a fingersi pazzo fino alla trentaseiesima ora, quando gli sfugge un’invocazione di aiuto alla madre, che sembra tradire la sua finzione, ma poi, con estrema prontezza, come è scritto nei verbali, pronuncia una frase del tutto insignificante: “Dieci cavalli bianchi”. I giudici finalmente si cominciano a convincere della sua follia e dopo altre quattro ore Campanella viene ufficialmente dichiarato pazzo. A quel punto è salvo,  ma viene condannato al carcere a vita e viene chiuso in una cella del Maschio Angioino in attesa della sentenza definitiva. Salvatosi a stento dalla perdita di sangue subita, la prima cosa che fa, essendogli stata concessa mezz’ora di luce al giorno per leggere il breviario in quanto appartenente all’ordine domenicano, è la stesura della Città del Sole. Se Campanella in quelle condizioni scrive la Città del Soleappena ristabilitosi, nel 1602, ciò vuol dire che questo scritto deve avere una forte connessione con gli eventi della congiura antispagnola e con la tortura che egli ha subito. Per capire perché Campanella ci abbia tenuto a scrivere la Città del Sole prima ancora che arrivasse la condanna definitiva del 1603 bisogna notare che ogni congiurato aveva fatto al giudice qualche dichiarazione, dando complessivamente l’immagine di una congiura antispagnola, anti-nobiliare avente come scopo il saccheggio, l’arricchimento, il prendersi la rivincita sugli aristocratici, lo spargimento di sangue, cioè aveva gettato fango sulla rivolta, facendola apparire come finalizzata alla violenza e all’appropriazione brutale, mentre Campanella ribadiva negli interrogatori che non intendeva instaurare la «repubblica a proprio vantaggio», ma per «offrire quasi un esempio preliminare della grande repubblica universale che si deve preparare».
Luigi Firpo, grande e appassionato studioso di Giordano Bruno  e di Tommaso Campanella, ha scoperto alcuni anni fa una lettera scritta da Campanella a un certo fra’ Dionisio Ponzio. Firpo ha attribuito molta importanza a questa lettera in quanto fra’ Dionisio Ponzio era stato fra i membri più in vista della congiura anti spagnola del 1598-99 ma, pur essendo frate, era morto a Costantinopoli durante una rissa in una bettola. Trovarsi a Costantinopoli significava essere musulmani, in quanto lì non potevano mettere piede i cristiani. Secondo la ricostruzione di Firpo, il frate aveva usato un metodo molto in voga tra i mercanti più spregiudicati che passavano per Messina o Malta recandosi in Oriente: costoro, dove trovavano comunità musulmane, si convertivano all’Islam, commerciavano a Costantinopoli, poi, quando avevano concluso i loro affari, ritornavano indietro e si riconvertivano al Cristianesimo. Ciò naturalmente implicava una decisa spregiudicatezza. A questo frate, che era morto a Costantinopoli e che era stato uno dei principali esponenti del complotto di Campanella, quest’ultimo aveva scritto una lettera in cui gli diceva a proposito  della congiura: “Loquebaris quae minus intelligebas” (cioè: “tu parlavi delle cose che meno capivi”).  Luigi Firpo ha visto questa frase come una chiave per comprendere le motivazioni della Città del Sole :  fra’ Ponzio parlava di cose che non aveva proprio capito. L’ipotesi di Firpo è che Campanella abbia scritto la Città del Sole per dire quali erano i reali motivi della congiura anti spagnola, della rivoluzione che egli aveva visto scritta negli astri, motivi che non erano banali, materialistici o di potere, ma al contrario erano motivi culturali precisi che egli ci presenta nel suo racconto utopistico, che sarebbe una idealizzazione e trasfigurazione filosofica dei fini dell’insurrezione fallita. L’opera sarebbe quindi un documento scritto da Campanella per affermare le vere idealità della congiura antispagnola smentendo quanti gettavano fango su di essa. È da tener presente che l’età delle utopie era già passata (riprenderà soltanto nel Settecento con l’Illuminismo) per cui nel 1602 un’opera utopica è difficilmente spiegabile. Si spiega, quindi, come chiarificazione in forma fantastica dei motivi della congiura antispagnola.
La società è in preda all’immoralità; la Città del Sole, cioè la comunità ideale concepita da Campanella, deve porre rimedio in prima istanza all’immoralità, per la quale gli uomini sono striscianti, avidi, egoisti, presuntuosi, infidi. Il possesso è causa di questa infermità morale degli uomini. Secondo Campanella la distribuzione ineguale del denaro produce male morale sia tra i ricchi sia tra i poveri. I ricchi diventano presuntuosi e prepotenti, trattano gli altri come oggetti o si danno ai vizi. Campanella, che nella sua permanenza a Napoli aveva conosciuto l’uomo tra i più ricchi del regno, il principe di Bisignano,  finito nella follia a causa degli stravizi a cui si era dato dissipando tutte le sue ricchezze, stigmatizza da una parte la decadenza morale che nasce dalla ricchezza, ma dall’altra osserva che i poveri, proprio per la condizione in cui si trovano, diventano ipocriti, striscianti, bugiardi e quindi anch’essi immorali. La proprietà, generata da una distribuzione differenziata e ingiusta della ricchezza, produce corruzione morale tanto tra i ricchi quanto tra i poveri. Rispetto a questa matrice dell’immoralità, della decadenza e del cattivo costume Campanella trova un rimedio nelle stesse consuetudini dell’ordine domenicano e ricorre al cocetto di “spropriatezza”: essere liberi dalla proprietà vuol dire essere più equilibrati: non si ha la preoccupazione della proprietà, come non se ne ha la preoccupazione negli ordini religiosi. L’ordine domenicano era molto severo; i superiori erano attenti a che ogni confratello vestisse con stoffa dello stesso tipo e che nelle comunità monastiche si rispettasse un’uguaglianza assoluta anche negli aspetti più banali. Campanella recepisce il modello della spropriatezza, della mancanza di proprietà di chi ha scelto la vita monastica e lo proietta al livello della società intera: la Città del Sole è felice perché gli uomini sono più liberi in quanto non appesantiti dalla brama di possesso. Grazie alla spropriatezza ognuno agisce per interessi più alti di quello banale del voler accumulare ricchezze e c’è una diffusione spontanea della moralità.
« La superbia è ritenuta un gran difetto. L’atto superbo viene punito severamente. Per cui nessuno reputa cosa vile servire a mensa, in cucina o altrove; ma lo chiamano imparare e sostengono che al piede è onore camminare, all’occhio guardare; per cui qualunque lavoro vien loro affidato è inteso come cosa onoratissima e non hanno schiavi perché bastano a se stessi, anzi soverchiano [ognuno all’interno della società ha una funzione, anzi gli abitanti della Città del Sole si scambiano queste funzioni, i lavori manuali non sono considerati inferiori a quelli intellettuali, ogni lavoro è sconsiderato dignitoso]. Da noi questo non succede: vi sono in Napoli 300.00 anime e di queste lavorano solo 50.000 e questi lavorano oltre misura e si distruggono, mentre gli oziosi si perdono, proprio a causa dell’ozio, nell’avarizia, nella lascivia e nell’usura e contaminano e pervertono moltissima gente, tenendoli a servizio di se stessi in povertà, e perciò indotti all’adulazione, e facendoli partecipi dei loro vizi; mancano totalmente i servizi pubblici, le pubbliche funzioni e il campo, la milizia e le arti vengono fatti molto stentatamente e con molto lavoro di pochi. Invece nella Città del Sole si dividono fra tutti uffici arti e fatiche; ognuno lavora solo quattro ore al giorno poiché tutto il resto s’ apprende giocando, discutendo, leggendo, s’insegna camminando, ma sempre senza sforzo e con gioia. E non hanno uso di giochi che si faccino stando seduti: scacchi, carte o simili, ma piuttosto palla, pallone, rallo, lotta libera, tirar giavellotto, dardo e archibugio». La Città del Sole è una città di persone sane. Le cronache di fine ‘500 descrivono la città di Napoli come abitata da un’umanità ripugnante, in conseguenza delle condizioni igieniche e alimentari. Campanella torna più volte nella Città del Sole sul fatto che i solari sono abituati alla pulizia e che nessuno è sedentario. Ne viene fuori così una stirpe di gente sana e bella.
Pur venendo abolita la proprietà, c’è un fattore che potrebbe rimettere in moto la differenziazione: la famiglia. Anche chi è disinteressato riguardo alla propria persona è portato a preoccuparsi per i figli, a voler accumulare per i figli, a voler creare benessere per la sua prole. Se introduciamo la spropriatezza, ma lasciamo la famiglia così com’è si proporrà nuovamente la diffusione differenziata delle ricchezze. La Città del Sole  è  come una grande famiglia: i bambini vivono in comune, non c’è un vincolo familiare, ogni solare è considerato padre di tutti quelli che hanno un’età inferiore a lui di quindici o più anni; vigono una grande fratellanza e una sorta di paternità e maternità comuni.
Colui che racconta è un genovese che sarebbe stato nocchiere di una delle navi di Cristoforo Colombo. Costui è finito nell’Oceano Indiano, ha visitato questa comunità e la descrive a un cavaliere del Santo Sepolcro: «Questa è una stirpe che arrivò dalle Indie e vi erano tra loro molti filosofi che fuggivano le invasioni dei barbari o di altri predoni e tiranni e stabilivano di vivere in una comune secondo norme consigliate dalla filosofia, e sebbene la comunanza delle donne non fa parte del patrimonio di usi e costumi della loro terra di origine, essi l’hanno adottata e si sono organizzati in questo modo: hanno tutto in comune, ma le attribuzioni vengono fatte dagli ufficiali, essi sostengono che il concetto di proprietà nasce da far casa privata e moglie e figli propri e da qui nasce l’egoismo e che per dare ai figli ricchezze e dignità o per lasciarli eredi di molti beni ognuno diventa o approfittatore pubblico, se è potente e non ha paura, o avaro, insidioso e ipocrita se non è potente».
Dopo la spropriatezza e l’abolizione della famiglia, Campanella delinea un terzo pilastro della comunità solare: l’eugenetica. Di fronte alle moltitudini abbrutite e malate gli altri utopisti del Rinascimento si ponevano il problema di come mettere fuori della città malati e folli. Campanella invece concepisce l’idea che, abolita la famiglia, bisogna pianificare la procreazione per sviluppare una stirpe bella, pura, forte. Egli propone una buona generazione, grazie alle cure dello Stato. Campanella riflette forse sul levriero napoletano, una razza di cani molto elegante che i nobili napoletani avevano prodotto attraverso incroci. Se si provvede ad allevare razze animali in modo che si sviluppino determinati caratteri, Campanella si chiede perché abbandonare invece la generazione umana al caso, per cui nascono persone deformi o malate. Egli era stato per un periodo precettore di Mario del Tufo, marchese di Ravello, una delle persone più ricche del regno, tanto che  per arrostire i cibi usava, invece  della legna da ardere, le spezie, che a quei tempi erano un bene rarissimo e riservato solo ai nobili, i quali le usavano, in quantità minima,  per condire i cibi. Questo ricchissimo marchese aveva creato in Puglia un allevamento di cavalli da cui traeva splendidi esemplari da corsa. Campanella, suggestionato da queste osservazioni sulla società napoletana e meridionale, afferma che la Città del Sole promuove una politica eugenetica, cioè fa in modo che si sviluppi una stirpe umana sempre più forte, bella e sana. A tal fine escogita sistemi un po’ grossolani, ad esempio: una donna di taglia forte si dovrà unire con un uomo magro, una persona euforica si dovrà unire con una più posata, in modo che il nascituro sia una via di mezzo tra la persona alta e quella bassa, tra la persona magra e quella corpulenta, tra la persona estroversa e quella introversa e così via. Soprattutto sostiene che i funzionari dello Stato preposti alle nascite devono scrutare gli astri, che predeterminano le caratteristiche di una persona, in modo da decidere quando uomo e donna si debbano accoppiare per far sì che vengano al mondo individui con attitudini diverse a seconda della configurazione astrale sotto la quale nascono: le nascite si pianificano con l’astrologia. L’eugenetica propone un altro problema: ci deve essere un potere saggio che deve indirizzare tutta la vita della comunità.
Il potere supremo sulla Città del Sole dovrà essere detenuto da un personaggio che Campanella chiama “Sole”o “Gran metafisico”, il più sapiente di tutti, scelto dai sapienti precedenti. In questo senso Campanella si avvicina a Platone in quanto nella Repubblica di Platone i governanti dovevano essere filosofi, dovevano cioè governare i sapienti. «Sole può divenire soltanto colui che conosce le storie di tutti i popoli, religioni e assetti politici o inventori di scienze e arti. È necessario poi che conosca tutte le arti meccaniche e la pittura. Inoltre tutte le scienze matematiche, fisiche ed astrologiche. Non ha importanza che conosca le lingue, ha infatti molti interpreti a sua disposizione e questi sarebbero i grammatici della repubblica. Ma bisogna soprattutto che conosca la metafisica e la teologia perfettamente, le origini, le fondamenta e i limiti di tutte le arti e di tutte le necessità, le uguaglianze e le disuguaglianze delle cose, la Necessità, il Fato e l’Armonia del mondo, la Potenza, la Sapienza e l’Amore delle cose e di Dio, e i gradi degli enti e le loro corrispondenze con le cose celesti, terrestri e marine e studia molto bene nei profeti e astrologia». I solari si lasciano governare dal “Gran metafisico” perché sono certi che un tal sapiente «non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno», a differenza degli ignoranti «nati signori, o eletti da fazione potente». Il Metafisico campanelliano è buon reggitore proprio perché spazia col suo sguardo al di là del fisico, ed è in grado di scorgere le corrispondenze delle cose, la grande unità del tutto e il ruolo che spetta a ogni elemento della totalità. La Città del Sole di Campanella, come la Repubblica platonica, è strutturata in funzione del sapere metafisico: per il fatto di essere pervenuti al vero e supremo sapere del Bene e dell’Essere i filosofi-magistrati sono degni del governo della città. Con loro la scienza della realtà in tutti i suoi gradi si estende all’intera comunità e da caos di egoismi la rende cosmo ordinato, replica dell’ordine supremo e necessario della natura, costruzione armoniosa e giusta.
La Città del Sole si presenta come una grande utopia pedagogica: il magistrato della sapienza ha fatto in modo che tutta la città  costituisca una sorta di grande enciclopedia per immagini o per forme viventi nella Città del Sole s’impara tutto dalla nascita. La città è composta di sette cerchia di mura. Per ogni “girone”, in cui i fanciulli vengono condotti dai maestri a passeggio, c’è un regno del mondo naturale o un settore del mondo umano “istoriato”, per cui, dice Campanella, si impara tutto “istoricamente”, cioè attraverso immagini dipinte sulle mura. La seconda cinta, per esempio, presenta fra l’altro i minerali messi in vetrine in cui si possono osservare e toccare. A un più alto livello si vede il mondo dei vegetali e tutto ciò che da essi si ricava. In un altro girone sono dipinti sulle mura gli animali esotici, mentre gli animali domestici sono presenti in gabbie. Fino ad arrivare ai grandi uomini raffigurati al sommo della città.
Campanella pensa che la comunità possa prosperare se si coltiva la nuova generazione, prima di tutto nel generarla sana attraverso l’eugenetica, e rendendola pura e disinteressata con la spropriatezza, ma soprattutto gli uomini crescono bene e quindi tendono ad armonizzarsi gli uni con gli altri grazie a un’opera pedagogica continua. Egli pensa che la convivenza, la nascita dello Stato, lo stare insieme nello Stato, sono possibili grazie a un’armonia che si viene a creare tra gli individui, armonia che viene indotta soprattutto dall’educazione. Per Machiavelli invece, come pure per Hobbes, quello che fa stare gli uomini insieme è la coazione: se gli uomini non sono costretti alla pacifica convivenza dalla legge, essi tendono a essere egoisti. Campanella sostiene la presenza nell’uomo di una sorta di istinto gregale: l’individuo sta bene insieme con gli altri, anzi può sviluppare la sua personalità soltanto all’interno della società. Nel pensiero politico dell’età moderna al pessimismo antropologico di Machiavelli e di Hobbes si contrappone l’ottimismo di Campanella: tutta l’umanità è animata dallo spirito gregale, tende a raggrupparsi in un’unica ecumene che implicherà pace e  prosperità per tutti. Egli si pone quindi in polemica tanto con Machiavelli teorico dello Stato nazionale, quanto con Lutero che ha rotto l’unità dei cristiani.
È da tener presente che Campanella venne imprigionato nel 1599 e liberato nel 1626 dopo ventisette anni di carcere grazie a  papa Urbano VIII, che lo apprezzava anche per la sua dottrina astrologica. Per Campanella Lutero aveva sbagliato nel provocare un frazionamento, mentre la Controriforma: che auspicava il ritorno di tutti i cristiani sotto un unico papa, aveva un motivo di validità. Quindi Campanella, pur essendo stato condannato dai tribunali della Controriforma, si può considerare un pensatore della Controriforma. Campanella cerca di conciliare Lutero con la Controriforma, in fondo con la Città del Sole cerca di dire che bisogna accogliere il meglio del luteranesimo, cioè il ritorno al cristianesimo puro, semplice delle origini, e dalla Controriforma bisogna trarre invece la tendenza universalistica propria della chiesa cattolica. Pensa che il cattolicesimo, il protestantesimo e le religioni in generale siano manifestazioni di una religione più profonda che è una religione naturale, raggiungibile cioè con i mezzi della semplice ragione e del buon senso: la religione “solare”. Norberto Bobbio, il più grande studioso di filosofia politica del Novecento italiano, sulla scorta anche di quanto aveva sostenuto Luigi Amabile, suppone che Campanella, scrivendo in carcere nel 1602, abbia inserito per opportunismo l’accenno al cristianesimo in quanto sperava in tal modo di attenuare la terribile condanna che gli sarebbe poi piombata addosso nel 1603. La tesi sostenuta da Luigi Firpo invece afferma la perfetta coerenza di Campanella intorno a una sola grande idea: che il cristianesimo sia manifestazione storica di una religione più fondamentale, la religione che egli ha delineato nella Città del Sole. Si è battuto per tutta la vita nella speranza dell’unità religiosa e politica di un’umanità che potesse realizzare quest’utopia, fino a scrivere poco prima di morire un’elegia al nuovo re solare, Luigi XIV, che stava per nascere, sperando che potesse dare inizio a questa comunità mondiale.
Le tesi di Amabile e Bobbio di un Campanella opportunista si fondano su affermazioni come quelle presenti in questo suo sonetto: «Gli astrologi, antevista in un paese, / costellazion che gli uomini impazzire / far dovea, consigliârsi di fuggire, / per regger sani poi le genti offese. / Tornando poscia a far le regie imprese, / consigliavan que’ pazzi con bel dire, /  il viver prisco, il buon cibo e il vestire. / Ma ognun con calci e pugni a lor contese./ Talché, sforzati i savi a viver come gli stolti usavan, per schifar la morte, / ché ‘l più gran pazzo avea le regie some, / vissero sol col senno a chiuse porte, /  in pubblico applaudendo in fatti e norme / all’altrui voglie forsennate e torte». Gli astrologi, i saggi, hanno scorto nei cieli che si sta per verificare una congiunzione astrale per cui gli uomini impazziranno tutti, allora hanno preso la risoluzione di fuggire in modo da non essere colpiti dagli influssi malefici, da non impazzire, per poter poi tornare loro a governare. Passata questa congiunzione nefasta, i savi tornano a fare i sovrani e consigliano il vivere degli antichi, la sanità dei costumi, ecc. I pazzi però,  di fronte ai richiami alla saggezza, reagiscono con calci e pugni. I savi, a questo punto, per evitare di essere uccisi dai folli, sono costretti a vivere come questi ultimi, visto che il più pazzo di tutti era diventato re, e si riducono a parlare da persone sane e intelligenti solo in privato, mentre in pubblico applaudono alle scempiaggini e alle voglie forsennate e distorte dei pazzi.
Secondo Amabile, Campanella, abbandonato il cattolicesimo in una prigione dell’Inquisizione, si rende conto che non può esternare la sua vera filosofia, quindi inserisce accenni al cristianesimo nella Città del Sole per salvarsi da pericoli ulteriori: «All’interno della sesta fascia sono raffigurate tutte le arti meccaniche, i loro inventori, e i loro usi nelle diverse parti del mondo;  all’esterno sono raffigurati tutti gli inventori delle leggi, delle scienze e delle arti. Vi ho visto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Maometto e molti altri; in luogo particolarmente degno ho visto l’effige di Gesù Cristo e dei dodici apostoli che sono molto onorati. È da stupire che adorano Dio in Trinità, dicendo che è somma Potenza da cui nasce somma Sapienza e da essi sommo Amore. Non conoscono dunque la Trinità al mondo nostro perché non ebbero la Rivelazione ma sanno che Dio procede da sé e ha relazione di sé a sé; così tutte le cose si compongono di potenza, sapienza e amore in quanto hanno l’essere; di impotenza, d’insipienza e disamore, in quanto hanno il non essere». Campanella sostiene che la Rivelazione, per cui il Cristianesimo si fonda sulla Trinità, è conciliabile con il pensiero razionale, che arriva per vie naturali, senza bisogno di libri sacri, alla concezione di un unico Dio in tre persone; cioè afferma che il Cristianesimo è conciliabile con una religione naturale e infatti in un’altro brano dice: «Per essi infatti questi due punti della generazione e dell’educazione sono di fondamentale importanza e dicono che la pena è la colpa tanto dei padri quanto dei figli si ripercuote sulla città, onde non scorgono alcun bene e pare che il mondo sia retto a caso. Ma chi studia la costruzione del mondo, l’anatomia dell’uomo (come fanno essi con i condannati a morte, anatomizzandoli), delle bestie e delle piante e gli usi delle parti e delle particelle loro, deve necessariamente riconoscere l’opera della divina provvidenza». Campanella, che è un filosofo naturalista, non si sente in opposizione al cristianesimo, in quanto pensa che per vie naturali si possa giungere al concetto di Dio predicato dal cristianesimo; così i solari, attraverso gli stessi metodi di osservazione naturale, pur non avendo ricevuto il Libro Sacro, hanno raggiunto una religione naturale che può essere una religione universale. Come rileva acutamente Germana Ernst: «Il presentare il cristianesimo come l’espressione più alta e compiuta della razionalità e della religione naturale è in verità, più che la constatazione di una realtà esistente, un’implicita esortazione e un’indicazione della via da percorrere, di un compito da realizzare».
Campanella conclude la Città del Sole con una decisa affermazione del libero arbitrio dell’uomo, in coerenza con tutto quello che ha operato e sostenuto. Egli è  un ottimista: la natura umana è forte, è sana, può dare vita a una comunità armoniosa. Lutero invece nel De servo arbitrio pensa che l’uomo non è libero, bensì è schiavo del peccato originale e quindi tende ad essere cattivo. Anche Machiavelli pensa che l’uomo sia schiavo delle passioni e quindi tendenzialmente cattivo. Il pessimismo di Lutero e di Machiavelli dà luogo a uno Stato fondato sulla coercizione, mentre Campanella, che è un’ottimista e crede che l’uomo sia libero e dotato di libero arbitrio, dà luogo all’ utopia di uno Stato armonioso in cui spontaneamente gli uomini si conciliano tra di loro. Le ultime parole della Città del sole presentano un evidente riferimento autobiografico: «Ma non trattenermi oltre – dice il Genovese – che ho da fare. Sai bene che ho gran fretta. Continuerò un’altra voltaSappi solo questo ancora: che essi credono sommamente al libero arbitrio e sostengono che se dopo un supplizio di quaranta ore un uomo non si convince a parlare se ha deciso di tacere neanche l’influsso degli astri può forzarlo.

Da http://www.iisf.it/scuola/campanella/campanella.htm

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