Papa Bergoglio: “chi sono io”?

LE PAROLE, I TONI, I GESTI, FORMA E IMMAGINE DELLA CHIESA. Ho letto tutta la sbobinatura della conferenza stampa improvvisata del vescovo di Roma al suo ritorno in aereo dal Brasile. Bergoglio mi sembra un Papa riformatore ma troppo debole di carattere per incidere in modo incisivo sulla dottrina della Chiesa. Quel che potrà fare è agire nello stesso campo in cui ha agito Wojtyla, l’immagine della Chiesa. Agirvi in modo speculare a Wojtyla. Laddove Wojtyla era possente e nerboruto, sfarzoso e titanico, Bergoglio sarà fragile e mite, umile e sottotono. Ma il palcoscenico di entrambi è il campo mediatico, che occupano con uguale disinvoltura. Questo campo non è solo forma per la Chiesa, ma anche sostanza, e in questo senso ciò che sta facendo Bergoglio ha valore, e i media questo lo colgono e lo evidenziano – i media del resto colgono sempre e solo questo aspetto esteriore delle parole e delle azioni, non saprebbero approfondire il senso dottrinale, pastorale dell’agire di un Papa. Non è quindi un caso che la frase di Bergoglio “chi sono io per giudicare”, riferita ai gay, sia stata super evidenziata da giornali e tv. Le parole contano. Un papa che dice di non giudicare fa effetto solo per il fatto di essersi espresso in questo modo, di aver messo un “chi sono io” davanti a “giudicare”. Bergoglio comunica un cambio di atteggiamento della Chiesa, una attenzione amorevole, una propensione alla mitezza dei giudizi contraria alle condanne delle persone, e lo fa non con i toni forti di Wojtyla o con i toni pacati ma professorali e freddi di Ratzinger, due Papi che anche quando parlavano di amore non comunicavano nulla a livello di partecipazione emotiva, di tenerezza e accoglienza, perché si coglieva sempre la loro intransigenza. Bergoglio dice “chi sono io per giudicare” con la semplicità e la partecipazione di chi sta spontaneamente esprimendo il suo pensiero e il suo sentire, di chi si manifesta per quello che è e sente senza dover badare al protocollo. Questa è comunicazione emotiva, non verbale mediata dalle parole. I media la amplificano, la gente ne sente l’effetto, e l’effetto è dolcezza, apertura, riavvicinanza o riconciliazione con la Chiesa – almeno per ora, almeno fin quando questa “bontà” e questa “umiltà” non cominceranno a diventare insipide e per alcuni irritanti. L’amplificazione dei gesti comunicativi di Bergoglio e della simpatia con cui lo trattano la maggior parte dei media che contano ha però anche l’effetto di oscurare la sua debolezza di carattere, la sua volontà di mantenere un basso profilo nel mettere in crisi e riformare la dottrina della Chiesa e la sua strutturazione gerarchica. Bergoglio mi sembra un papa debole, volutamente incline ad accettare la gabbia teologica e materiale nella quale la Chiesa cattolica si è messa, accettandola per senso di obbedienza (è un gesuita!) e umiltà – oppure per impotenza di fronte a una struttura irriformabile se non con la sua distruzione?

LA SUA POSIZIONE NELLA SOSTANZA, LA DOTTRINA DELLA CHIESA. Veniamo ora al perché sostengo che Bergoglio mi sembra un Papa debole. Senza negare il valore del significato dei suoi gesti e delle sue parole, che anzi ho cercato di spiegare, occorre prendere atto di quanto essi certificano, consolidano la dottrina e anche la prassi della Chiesa cattolica. Nel concreto. Sui gay Bergoglio propone un atteggiamento non giudicante e misericordioso (questo è il tempo della misericordia, ha ripetuto più volte) ma non intende cambiare in alcun modo la dottrina della Chiesa, il giudizio che ne hanno dato i precedenti Papa, con cui peraltro si pone in continuità (Ratzinger lo considera un padre a cui chiedere consiglio, Wojtyla era per lui un san Paolo in missione, e per loro solo parole di grandezza). Non intende cambiare la dottrina della Chiesa. I gay restano delle persone dalla sessualità confusa (ma lui questo non lo ribadirà), cui non deve essere permesso chiedere la legalizzazione delle unioni, e che possono stare insieme purché casti. Poi, certo, tanta comprensione e misericordia se cercano il Signore, ossia se cercano di non vivere la loro sessualità e non ufficializzare il loro rapporto nella società, e nessun giudizio sulla loro tendenza. E tanto amore per farli integrare nella società. Senza però alcun loro riconoscimento. Del resto nessun riconoscimento sarà dato da Bergoglio a chi convive al di fuori del matrimonio. E’ emblematico della posizione di Papa Francesco come ha risposto alla giornalista brasiliana che gli chiedeva perché non aveva speso una parola sull’aborto, su cui in Brasile è appena stata approvata una legge meno restrittiva, e una parola sulle unioni di fatto gay, che in Brasile sono ora legali. Bergoglio ha risposto che non ne ha parlato perché la posizione della Chiesa è chiara, i giovani la sanno, e avevano bisogno, in questo tempo, di sentire discorsi positivi. Bergoglio non insisterà quindi su questi temi, vera ossessione dei precedenti due Papi. Bergoglio sa che non è di questo che la Chiesa ha bisogno ora. E quindi, in un certo senso, merito a lui. Ma nello stesso tempo, Bergoglio non farà nulla per cambiare la posizione della Chiesa, né la dottrina né la prassi. Infatti, quando la giornalista brasiliana, insistente, alla ricerca di uno scoop, di parole più coraggiose, ha chiesto a Bergoglio, va bene, questa è la posizione della Chiesa, ma possiamo sapere qual è la sua posizione, Bergoglio ha stroncato ogni dubbio dicendo: la mia posizione è quella della Chiesa, “sono un figlio della Chiesa”. E su questo punto Papa Francesco, se lo volesse, se ci credesse, se avesse il coraggio, potrebbe fare di più. Perché nessuno gli vieta di schierarsi a favore della legalizzazione delle unioni gay, magari dicendo: purché caste. Almeno, che io sappia non credo vi sia una pronunciazione definitiva su questo nel Catechismo della Chiesa cattolica, il Catechismo che Bergoglio cita per dire che sui gay contiene una frase bellissima, quella che dice che non vanno emarginati a causa della loro tendenza (e con questa citazione ha di fatto annullato, nella sostanza, il suo apparentemente rivoluzionario “chi sono io per giudicarli?”). Su un solo punto Bergoglio pare tentare un minimo programma riformatore (lasciando perdere la questione Ior), ed è la pastorale dei divorziati, sulla quale Papa Francesco afferma che occorre rivedere il punto che proibisce ai divorziati risposati di accedere ai sacramenti; su tale punto, con estrema prudenza il Papa sembra far capire che è d’accordo per un suo cambiamento in positivo. Ma su tutto il resto, pare che Bergoglio non voglia o forse non possa fare di più, e questo perché il connubio Wojtyla-Ratzinger con i loro pronunciamenti con “formula definitiva” e con il Catechismo universale della Chiesa cattolica (scritto da Ratzinger, in pratica, durante il pontificato di Wojtyla), che a suo tempo ricevette le critiche degli ambienti più progressisti di dettare una legge definitiva per la Chiesa che di fatto avrebbe impedito ogni ricerca teologica, ogni possibile discussione e riforma dottrinale, questo connubio Wojtyla-Ratzinger dicevo, in pratica pare abbia costruito una gabbia da cui la Chiesa forse non può più uscire, o se possibile, può uscire solo con una evidente azione di rottura con il passato che implicherebbe il contraddire in modo esplicito i pronunciamenti dei suoi successori, con tutte le conseguenze del caso. E infatti, cosa risponde Papa Francesco alla domanda sull’ordinazione delle donne? Risponde dicendo che Wojtyla ha dichiarato con formula definitiva il suo NO; e quindi che non c’è più nulla su cui discutere in proposito. Bergoglio non vuole contraddire Wojtyla, o non può? Difficile da dire, occorrerebbe forse aprire una disputa da codice canonico. Quel che sembra è che Bergoglio non è d’accordo con quanto fatto da Wojtyla, sia nella sostanza (il NO), sia nella forma (lui è per le decisioni collegiali, non per i pronunciamenti autoritari alla Wojtyla). E allora che fa? Cerca di agire su dove gli è rimasto spazio, sulla teologia, dice che occorre costruire una teologia della donna, che manca, dice che la donna è importantissima, sull’esempio di Maria, e che la Chiesa è sposa e madre. Povero Papa, mi fa quasi tenerezza per l’impegno che ci mette a trovare spazi in cui possa fare qualcosa, perché gliene sono rimasti davvero pochi: se infatti l’ordinazione femminile è preclusa, in che modo la Chiesa potrà dare più risalto alla donna? Resta solo il campo astratto della teologia, in cui si parlerà della donna… peccato che a fare questa teologia saranno solo uomini! Vedremo cosa dirà Bergoglio sugli altri temi cui tutta la società è sensibile, a partire dalla sospensione delle cure e dal testamento biologico, ma l’impressione è che ne parlerà poco, e quando lo farà sarà per dire che la posizione della Chiesa è chiara.

CONCLUSIONE. Ecco perché Papa Francesco, nella sua bontà e umiltà, mi sembra un Papa debole, che non cambierà né la dottrina né l’organizzazione della Chiesa cattolica, ma tutt’al più la sua immagine, a partire dall’immagine del Papa. Può darsi che lui effettivamente non possa fare molto di più di quel che sta facendo, ma ne dubito. Certo, cercare di rompere la gabbia teologica e dottrinale in cui Wojtyla e Ratzinger hanno spinto la Chiesa potrebbe richiedere di mettersi in aperta contraddizione con loro, sconcertando tutti i fedeli e creando una crisi interna forse ingestibile. Può darsi anche che non si possa più fare nulla. In ogni caso, la Chiesa cattolica vive questo dramma. Il Concilio Vaticano II ha aperto speranze che si sono rivelate illusioni. Paolo VI non ha avuto il coraggio di concretizzare con gesti forti lo spirito di rinnovamento del Concilio. Giovanni Paolo II e Ratzinger hanno compiuto la restaurazione, annullando lo spirito riformatore del Concilio e imbavagliando la teologia, e spingendo la Chiesa su posizioni dottrinali che l’hanno messa in una gabbia da cui non può più uscire se non con una grave crisi e ridefinizione di se stessa. Bergoglio di fronte a tutto questo sta cercando di non fare cadere a pezzi questa gabbia cambiandone l’immagine, e facendovi entrare qualche riforma nei pochi spiragli che vi restano.

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